Quando sul tatami una donna incontra una donna virile

Succede con una certa frequenza di imbattersi in ragazze e donne che colpiscono per i loro atteggiamenti, modi di esprimersi e di relazionarsi che eufemisticamente potremmo definire “poco femminili”.

Così come accade nelle varie situazioni della vita, succede talvolta anche sul tatami di imbattersi in situazioni che sono di non facile gestione. Vorremmo in questi due post complementari offrire una riflessione scritta a quattro mani, che guardi a questo fenomeno tanto dalla prospettiva di un uomo quanto da quella di una donna. Per giungere poi ad alcune conclusioni che possano servire per vivere in modo più consapevole e responsabile tali momenti.

VISTO DA LEI

Freud definisce la donna il “dark continent” della psicoanalisi, un mondo misterioso, oscuro. “La grande domanda alla quale non sono riuscito a rispondere, nonostante trent’anni di ricerca sull’anima femminile è – scrive Freud – : che cosa vuole una donna?”. Su questa linea si pongono anche autorevoli scrittori, come Dostoevskij – “Io non ci capisco niente”; Erasmo da Rotterdam – “un essere misterioso, incostante, un paese straniero”; Guido Gozzano – “un mistero senza fine”; Karl Kraus – “un essere insondabile”. Tra gli autori, si distingue Goethe, il quale afferma: “Le donne sono tutte più avanti”.

Da sempre l’uomo ha cercato di capire la donna…. ma da donna posso aggiungere che, da sempre, anche la donna ha cercato di capire l’uomo.

Siamo due mondi diversi e, a volte, opposti ma che per completarsi e riprodursi hanno bisogno di unirsi in profondità fino a diventare un unicum.

Siamo nati in un mondo dotato di senso nel quale ci specchiamo ogni giorno.

Ancora prima di poter decidere chi volevamo essere, abbiamo ricevuto infinite immagini di noi stessi riflesse dagli altri. Lo sappiamo bene quanto sia difficile scollarsi di dosso un’etichetta, un solo tratto della personalità, il giudizio di un attimo. L’etichetta resta lì, ben attaccata e quasi quasi ci convinciamo che sia vera, naturale, ormai ci appartiene, che ci piaccia oppure no.

I modelli di comportamento sono forme di riferimento, ci sono in ogni società e hanno la pretesa di ordinare ciò che sarebbe nel caos: i maschi e le femmine. Un modello è un atteggiamento, un concetto, un’immagine. E acquista una particolare forza quando si riferisce all’identità di genere. Donne e uomini sono modelli viventi che mettono in scena quotidianamente una trama complicata di relazioni. Comunicano con le parole e con il corpo comportamenti che vengono assimilati dalla collettività e diventano memoria sociale, diventano abitudini.

Per quanto la memoria abituale di genere sia persistente e tenda a rafforzarsi con il tempo, questo non significa che non si possano provocare dei cambiamenti nel suo funzionamento. Possiamo iniziare a scegliere i modelli di riferimento che preferiamo, con un semplice atto di libertà e scartare quelli che sentiamo meno nostri, a prescindere che si tratti di modelli considerati tipicamente femminili o maschili.

La Neurologia di genere risponde che in effetti esiste un cervello femminile e uno maschile. L’uomo utilizza soprattutto l’emisfero sinistro, razionale, logico e rigidamente lineare, al contrario la donna utilizza in misura maggiore l’emisfero destro, che permette di compiere operazioni mentali in parallelo.

Il celebre “intuito” femminile, spiega il prof. Antonio Federico dell’Università di Siena, si basa quindi proprio sulla possibilità del cervello di elaborare la realtà in modi diversi e paralleli.

Il cervello femminile è più dinamico dal punto di vista metabolico ed abituato a situazioni legate a variazioni ormonali, è caratterizzato da una maggiore elasticità.

In situazioni complesse è dunque avvantaggiata la donna, perché il cervello femminile è meno “rigido” e portato, quindi, ad analizzare uno spettro più ampio di dati e possibilità; al contrario, il cervello maschile è favorito in situazioni semplici e collaudate.

In realtà la questione è più complicata di così, perché un cervello non è mai tutto maschile o tutto femminile, ma è sempre un mosaico unico di caratteristiche, alcune più comuni nei maschi che nelle femmine, altre più comuni nelle femmine che nei maschi, altre ancora ugualmente comuni in maschi e femmine.

Tutti questi studi e pensieri filosofici dimostrano che alla fine siamo noi a poter scegliere come essere e come manifestare il nostro essere, indipendentemente dal fatto di essere nati uomini o donne.

Io lo chiamerei “libero arbitrio” o “libera manifestazione del sé”.

Il libero arbitrio è il concetto filosofico e teologico secondo il quale ogni persona ha il potere di scegliere da sé gli scopi del proprio agire e pensare, tipicamente perseguiti tramite volontà, nel senso che la sua possibilità di scelta ha origine nella persona stessa e non in forze esterne.

Tornando con i piedi sul tatami, una donna che decide di manifestare ai propri compagni di pratica un atteggiamento più virile e meno femminile può essere semplicemente una manifestazione esterna del modello che si è scelto di seguire oppure la necessità di doversi difendere ricoprendo lo stesso ruolo del soggetto da cui ci stiamo difendendo.

Per esempio, ricevo sempre tecniche in modo violento da Tori e per tutelarmi inizio anch’io ad eseguirle con la stessa violenza nei confronti dei miei Uke.

In questi anni di pratica posso dire di aver conosciuto donne che avevano scelto il modello della “super donna” e donne che avevano dovuto trasformarsi in “donne-uomini” per sopravvivere.

Io stessa posso dire di aver praticato nei primi anni di Aikido seguendo il modello della “super donna” perché mi ero appiccicata un’etichetta che consideravo perfetta per me e per la vita che stavo vivendo, soprattutto fuori dal tatami.

Con il passare degli anni e delle ore di pratica, posso affermare di essere cambiata e di aver capito che si può essere efficaci e potenti anche senza l’uso della forza e senza dover tenere un costante atteggiamento di aggressività. Ho capito che una volta sprecavo molte più energie mentre ora sono in grado di utilizzarle al meglio per me e per gli altri.

Chi pratica con me da anni mi ha confermato che in passato ero una donna che eseguiva le tecniche con una forza che palesava aggressività e nervosismo (entrambi caricati come una molla dal lavoro che facevo) mentre ora riesco ad eseguire le tecniche con più sicurezza e avendo cura di tutelare l’incolumità del mio Uke (capacità nata grazie sicuramente alla molta pratica ma anche ad un lavoro su me stessa che mi ha permesso di avere il coraggio di cambiare rotta e di fare oggi un lavoro che mi soddisfa pienamente).

Siamo tutti in continuo cammino alla ricerca di un equilibrio interiore.

Se sul tatami incontro una donna che manifesta un suo disequilibrio cerco con delicatezza di farglielo capire dimostrandole che la stessa tecnica si può eseguire con meno forza e con più precisione.

Io non sono più brava di altre mie colleghe di tatami ma posso dire di aver già superato alcuni ostacoli che io stessa mi ero messa nel mio cammino della vita e, se posso, cerco di aiutare a superare i miei stessi ostacoli.

Troverò altri ostacoli in futuro? Sicuramente!

Ed è per questo che la mia pratica di Aikido continua e spero che continui tutta la vita perché il mio cammino su questa Terra terminerà solo con la mia morte…. Per poi proseguire sicuramente altrove.

Dobbiamo ricordarci che il Dō (nel linguaggio ideografico kanji giapponese) significa letteralmente “ciò che conduce”, come disciplina è visto come “percorso”, “via”, “cammino” in senso non solo fisico ma soprattutto spirituale. Quindi non facciamo della nostra pratica di Aikido una semplice esecuzione di tecniche fini e se stesse ma utilizziamole per la scoperta di noi stessi al fine di migliorarci non solo fisicamente ma soprattutto spiritualmente.

Buon cammino!

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