Nella sua strutturazione più tradizionale, non c’è allenamento di Aikido che non inizi con tai no henko (体の変更). Avevamo già trattato in passato di questa tecnica. Stavolta guardiamo alla tecnica e alla sua nomenclatura per cercare di cogliere delle sfumature che diano un senso più completo e una comprensione un po’ più profonda delle varie proposte didattiche.
Prima, però, una doverosa osservazione. Praticare Aikido in Giappone e in Occidente è un’esperienza necessaria per comprendere un punto semplice quanto difficile da definire.
Dalle nostre parti abbiamo tecnici eccellenti. Alcuni hanno avviato notevoli sperimentazioni sulla base di solide competenze. Altri senza dubbio hanno preservato e trasmesso il messaggio a loro volta ricevuto, cercando di modificarlo il meno possibile. Quasi tutti hanno ricevuto insegnamenti tecnici e orali. Man mano che dall’insegnamento dei madrelingua giapponesi si è passati a insegnanti occidentali, si è mantenuto una sorta di doppio standard.
La nomenclatura, quando non i doka, gli insegnamenti del Fondatore o di alcuni suoi allievi di riferimento, si sono cristallizzati, ripetuti come un assioma dato in una lingua arcana, da un lato. Dall’altro le loro traduzioni. O per meglio dire, le loro interpretazioni. Tramandate in modo pressoché fideistico e raramente empirico.
In Giappone tutto questo non serve: la nomenclatura racchiude l’anima della tecnica e dell’insegnamento e, viceversa, la tecnica è l’espressione in movimento dei principi e del riferimento valoriale della cultura giapponese. Come nelle molte altre pieghe della propria cultura, anche nel Budo l’anima giapponese fluttua in equilibrio tra il detto e non detto.
Si capisce dunque come questa condizione possa condurre spesso la pratica e la sua comprensione verso una forbice che si apre sempre più tra nomenclatura, tecnica, principio, concetto e finalità.
Tai no henko, dunque. Quella singola tecnica che, eseguita di fronte a persone del calibro di Morihiro Saito Sensei consentiva di valutare il grado, senza gli impicci di andare a vedere se il candidato sapeva svolgere sannin dori nella modalità ki no nagare…
体, tai. Lo stesso kanji può essere letto come karada. Ma, mentre karada si riferisce all’aspetto materiale, tangibile, fisico del corpo, tai viene usato in un’accezione più asettica, quasi immateriale e generica. Un corpo inteso come struttura, sistema. E dunque come qualcosa di non solo fisico.
変更, henko. Nel primo kanji compare 変, hen, con tratti grafici che indicano una testa e un movimento. Un concetto di mutazione che, nella prospettiva dell’ordine che è connaturale nel sentire orientale, porta anche al concetto di stranezza.
Nel secondo componente 更, ko oppure sara, si colgono i tratti di una bocca che parla e di una mano che sta cambiando qualcosa. Questo ha portato quindi nel tempo a dare il significato a questo kanji di cambiare, rinnovare o darsi il cambio. E, proprio per quest’ultimo motivo, siccome i turni di guardia si svolgevano anche di notte, è stato aggiunto un significato di notte inoltrata.
Tutto questo per dire che quando un Giapponese, all’interno di una disciplina marziale, parla di tai no henko, parla di un cambiamento concreto, pianificato e sistemico.
Non a caso, nella prospettiva di un combattimento, tai no henko non serve assolutamente a nulla. Ma dal punto di vista dell’attitudine, serve a tutto. Agisce un cambiamento, una modifica. Qualcosa di voluto e quindi qualcosa di totalmente impattante sul sistema psicofisico di chi lo sceglie (e in fondo anche del compagno di pratica).
Man mano che si avanza, vengono presentati nella pratica i cosiddetti henka 変化 (o meglio, henka waza 変化技). Sono solitamente rese come variazioni tecniche. Una traduzione corretta ma fortemente incompleta dal punto di vista semantico.
Guardando il termine henka 変化, notiamo che il primo componente è sempre identico.
Il secondo, 化 ka, contiene al suo interno gli elementi grafici di una persona e di un movimento di trasformazione e si è consolidato col significato di mutamento di forma e, in questa accezione, di cambiamento. Si comprendono così meglio alcune parole giapponesi. Il mutamento di forma delle frasi 文 bun diventa nel sentire giapponese 文化, bunka, cultura. La trasformazione indotta dal vento 風 kaze, diventa l’erosione data dagli agenti atmosferici (ma anche lo svanire dei ricordi), 風化 fuka.
Possiamo quindi dire che didatticamente e pedagogicamente ha una sua logica strutturare un percorso tecnico dove per prima cosa si sceglie e si pianifica un cambiamento concreto e sistemico (tai no henko) come requisito per imparare la geometria e le forme delle tecniche e, come naturale evoluzione, diventare capaci a mutarne le forme (henka waza).
Una logica giapponese. Una prospettiva che bisogna saper cogliere al di là di frettolose traduzioni che finiscono con l’attribuire a henko ed henka un generico significato, sovrapponibile, di cambiamento o variazione. Non è così.
Una prospettiva che fa comprendere anche un suo limite intrinseco. Se la trasformazione, l’evoluzione della forma è, fin dall’origine, “strana”, allora l’evoluzione stessa non può che concludersi in una forma.
Una pratica frattale, quindi. Che da un lato sembra sterminata ma dall’altro, almeno guardando alla cornice, non ammette altra esperienza diversa dal kata. Si fa esperienza di questo visitando i superbi giardini in Giappone. Perfetti nella loro apparente naturalezza ed espressione massima della programmazione e del dominio della forma sulla natura.
Ogni giardiniere del resto sa che la pura anarchia porta a una boscaglia disordinata e infruibile, quindi la soluzione a una pratica frattale non è certamente la sola distruzione (o ignoranza) delle forme.
Crediamo fortemente che il jiyu waza, l’espressione libera mediante il linguaggio tecnico, sia il punto di convergenza tra henko ed henka. Il desiderio agito del cambiamento e la naturale evoluzione da praticante ad artista.
Foto di Silvia Volpato
