Il termine giapponese kansetsu-waza (関節技) significa “tecniche articolari” Indica tutte quelle leve e torsioni che servono a interagire con un compagno di pratica agendo su gomiti, polsi, spalle o ginocchia.
Dietro questa parola c’è una storia che attraversa i secoli: dai samurai del Ju Jutsu, alla codificazione del Judo, fino alla sintesi che ha dato vita all’Aikido.
Dal campo di battaglia al tatami
Nelle scuole classiche di Ju Jutsu, i kansetsu (関節) erano armi vere e proprie. Ledere un’articolazione significava fermare definitivamente un avversario, spesso vestito con un’armatura. Ogni scuola aveva i suoi kata con tecniche come kote-gaeshi (torsione del polso), waki-gatame (leva al gomito) o ashi-garami (intrappolamento della gamba). Si comprende quindi come il termine kansetsu sia arrivato a noi spesso con l’errata traduzione di “(tecniche di) rottura”.
Con la nascita del Judo, Jigoro Kano prese queste tecniche e le inserì in una cornice pedagogica moderna. E’ qui che il termine kansetsu-waza venne usato come raggruppamento ufficiale di tecniche. Per questioni di sicurezza, nelle competizioni si conservarono solo le leve al gomito, come il celebre juji-gatame e, attualmente, anche le leve al gomito sono vietate nei regolamenti delle competizioni al di sotto dei quindici anni di età.
E’ abbastanza singolare che l’Aikido, che competizioni non le ha, si basi fondamentalmente su ciò che nel Judo è stato bandito, al netto del fatto che anche nell’Aikido sono state rimosse tutte le tecniche su anche, ginocchia, caviglie e -ovviamente- collo.
L’arte dell’ibrido
Morihei Ueshiba, fondatore dell’Aikido, ereditò certamente il bagaglio delle koryu di Ju Jutsu ma, con altrettanta evidenza, fu influenzato dall’approccio moderno -e per certi versi molto più visionario– del Judo. Dalle scuole classiche riprese e raffinò il kansetsu waza, spostando l’attenzione sullo squilibrio e utilizzando le leve su polsi e gomiti, trasformandole in quei movimenti che riconosciamo in ikkyo, nikyo, sankyo, yonkyo, gokyo, rokkyo. L’enfasi fu gradualmene spostata dalla rottura all’immobilizzazione. Il katame waza come naturale approdo del kansetsu.
Dal Judo, il fondatore dell’Aikido mutuò sicuramente l’idea e la prospettiva di un’arte accessibile, non più segreta o limitata alla classe dei guerrieri.
Il risultato è un’arte che mette i kansetsu al centro, ma li usa per condurre e controllare, non per distruggere. Una leva non è più una frattura, ma un invito a seguire il movimento e a cocreare qualcosa di unico e di irripetibile nella coppia di pratica.
Questo, peraltro, è il motivo per cui è completamente sbagliato e fuorviante praticare Aikido in un modo incline alla rottura, forzando il movimento del compagno sotto la costante minaccia del dolore. Scoprire come l’utilizzo integrato del corpo può egregiamente e più efficacemente sostituirsi al torturare il proprio uke è lo scopo alto dell’Aikido. Un obiettivo che è ben presente nella testa di tutti i praticanti ma spesso assente sui tatami. Tutti vogliamo apparire nobili ma in molti dimentichiamo come si fa.
Il segreto dei kansetsu
Capire cosa sono i kansetsu-waza aiuta a cogliere la natura dell’Aikido. Da una parte affondano nelle radici del Ju Jutsu, dall’altra mostrano lo stesso spirito educativo che anima il Judo. Sono il filo rosso che unisce passato e modernità, e spiegano perché l’Aikido non è un…”minestrone” fatto di un po’ di tutto, ma un vero e proprio ponte tra mondi diversi.
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