E se quello di Aikido fosse alla fine un corso di Arti Parziali?
Apparteniamo a una generazione che è cresciuta a dosi massicce di testosterone, machismo ed elevata esposizione a modelli sociali dominati da maschi alfa. perlomeno nell’immaginario collettivo e nelle produzioni cinematografiche.
Tutto ciò ha portato a decenni di corsi di Arti Marziali ciclicamente presi d’assalto da branchi di aspiranti capi branco, convinti di trovare una qualche forma di completezza dalla pratica di discipline ad alto impatto.
Stanley Kubrik, a proposito dei film, disse: “Un film è la vita, senza le pause”. Purtroppo è vero anche per quelli sulle Arti Marziali. Nel giro di un paio d’ore un nerd diventa un campione di Arti Marziali, risolve i suoi problemi personali, ripara i torti e spesso e volentieri conquista il cuore della bella-ragazza-un-po’-complessata-che-combinazione-è-la-ex-del-cattivone-di-turno.
Nella vita reale, per arrivare a quel livello, ammesso che ci si arrivi, servono più di due ore. Risolvere a proprio vantaggio un’eventuale rissa, senza riportare traumi eccessivi, richiede una preparazione e un’attitudine che il corso del lunedì, mercoledì e venerdì sera a 49,90 € al mese, non può dare.
Ma questo, ai gestori di palestre degli anni ’80, ’90 e in parte del primo decennio degli anni 2000 non interessava più di tanto dirlo. A picchi di iscrizioni corrispondevano ondate di disillusione, ma il flusso era costante nel tempo.
Gli ultimi quindici anni hanno visto una crescita continua delle Arti Marziali Miste, che da sole rappresentano quasi il 40% del mercato delle Arti Marziali. Cosa è cambiato nel mentre? Chiaramente non sono più i film di Karate Kid che riempiono l’immaginario dei futuri clienti delle palestre. Di certo non è mutato il meccanismo psicologico, il trigger che spinge il desiderio di percepirsi come “alfa”, come un dominante.
E’ cambiato il prodotto. In qualche modo il mercato è riuscito a convincere la platea che le esigenze di competenza marziale potessero essere soddisfatte di più e meglio da un approccio misto che dallo studio di un percorso più tradizionale.
Come se frequentare un corso di Judo, Karate, Aikido, Ju Jutsu, coincidesse col frequentare un corso di Arti Parziali.
Beh, la risposta, quantomeno per l’Aikido, è: sì, l’Aikido è un’Arte Parziale.
Si può essere completi anche se parziali. C’è uno studio maniacale dello squilibrio, della connessione, delle leve, delle armi… Eppure non c’è una didattica dei calci (e dove c’è è una patetica contraffazione tra Karate e Ju Jutsu). Non c’è uno studio della lotta a terra, come nel Judo o nelle varie forme di lotta. E, a ben vedere, anche la didattica dei colpi -questi fantomatici atemi che dovrebbero essere per alcuni… l’89,8796% dell’Aikido- è una lontana parente di altri sistemi di combattimento.
Eppure è una disciplina completa, pur essendo un’Arte Parziale.
Perché alla fine parziali lo sono tutte, anche le più avanzate metodologie di combattimento insegnate ai corpi speciali dell’Esercito.
Un’arte è parziale perché non può prescindere dall’artista che le dà forma, senso e vita, più o meno come uno spartito non può fare a meno tanto dello strumento quanto (e in maggior misura) del musicista che darà la sua interpretazione al brano.
Una disciplina, anche se presa come elemento su cui coltivare la propria esistenza, non si sostituisce a chi la pratica. Di fronte a un picco di stress, a una difficoltà perdurante, a una relazione che richiede quella determinazione che la indirizzi a qualcosa di costruttivo, non c’è Morihei Ueshiba al posto nostro.
Non si risolve un rapporto incrinato con i propri figli con una leva articolare.
Tutte cose ovvie.
Però, ancora oggi, nonostante la tipologia di utenti dei corsi di Arti Marziali sia decisamente cambiata rispetto a una quarantina di anni fa, spesso si usa una disciplina per creare un guscio di cemento armato intorno a sé. Ancor più spesso, per quanto importante, si struttura l’intera esistenza e poi l’intero modo di ragionare intorno a quello che -per noi- è la disciplina che pratichiamo. La ripetizione tecnica si sostituisce alla ricerca del miglioramento personale. E’ più facile ripetere, un po’ meno cambiare.
E, al di là dell’ovvia considerazione che un conto è ciò che percepiamo, per esempio dell’Aikido, è un conto ciò che in fondo “è”, possiamo vedere come in fondo il nostro bisogno di diventare in qualcosa “alfa”, ci fa assolutizzare qualcosa che invece deve essere parziale.
L’Aikido deve essere un’Arte Parziale. La sua pratica deve lasciare la libertà all’individuo di coltivarsi in più dimensioni. Deve poter consentire alla persona di comprendere che magari ciò che cerca non è nell’Aikido ma altrove. Deve poter rimandare a dimensioni ancora più ampie.
Possibilmente, deve mettere la libertà responsabile al centro di ogni azione, di ogni insegnamento, di ogni didattica.
Forse, anche per questo, il suo Fondatore aveva detto che l’Aikido è “realizzare ciò che manca”. Il che significa, con ogni probabilità, che ciò che chiamiamo Aikido è in realtà un laboratorio in cui renderci conto che l’Aikido inizia all’esterno del Dojo.
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