Avete mai provato ad accendere il fuoco senza usare fiammiferi, accendini o accendigas?
Sì, insomma, strofinando dei legnetti o cercando di far scintillare due pietre focaie, poi soffiando e sperando di vedere nascere una fiammella. Quella roba che fa molto uomo primitivo, ranger, scout, esploratore, Rambo…
Senza gli aiutini della tecnologia e della chimica, accendere un fuoco non è per niente facile. E mantenerlo non è da meno.
I nostri antenati, che nel fuoco vedevano la vita, la protezione data dal calore, la luce, la possibilità di alimentarsi, lo sapevano. E avevano dedicato al mantenimento di una fiamma costante un culto.
Dove è finita la cura che avevano per un fuoco eterno le vestali duemila anni fa a Roma?
Forse la risposta sta in un’altra domanda e cioè: che cosa ci infiamma davvero?
E’ facile emozionarsi. La nostra naturale curiosità si accende di fronte a ciò che è nuovo. A ciò che in qualche modo va a toccare le corde che vibrano alla frequenza dei nostri bisogni, delle nostre inclinazioni.
E’ meno semplice trasformare l’emozione in un’azione e l’azione in un’abitudine costruttiva.
Una volta acceso il fuoco, va alimentato. E alimentato nella misura corretta. Una fiammella muore se non si soffia delicatamente e se non la si supporta con rametti e fascine proporzionate alla sua dimensione. Soffoca se viene schiacciata da tonnellate di legna.
L’emozione e la meraviglia dell’accensione del fuoco richiedono poi la costanza di reperire legna, seccarla, metterla nel camino, pulire dalla cenere,…
Crediamo che sia chiaro dove vogliamo andare a parare.
L’aspetto emotivo nello sviluppo personale, soprattutto all’interno di una disciplina come l’Aikido, è fondamentale. Lo è per i piccoli, lo è molto di più per gli adolescenti e lo è, anche se si tende a volerlo reprimere, per gli adulti.
Si possono fare tanti discorsi ma alla fine l’Aikido è fare contatto con la fiammella interiore con cui ognuno è nato. Poi, riconoscerla, alimentarla e usarla per…dare luce, scaldare, illuminare.
Contro questa fiammella soffiano molti venti. Molti da fuori e, alcuni, potentissimi, da dentro.
Le difficoltà esterne sono molte, di ordine materiale e non. Dedicarsi -o regalare, per esempio a un bambino- tempo all’interno di agende impazzite, relazioni frammentate e montagne russe dei bilanci di famiglia non è assolutamente immediato. Se non si fa attenzione, si permette alle tante situazioni esterne di soffocare quella fiammella.
I venti che soffiano da dentro sono i più pericolosi. Un fuoco incustodito diventa un incendio indomabile, quando tira vento. E fa danni.
Abbiamo il dovere di riconoscerci. Di capire come siamo fatti. Di non accontentarci di stare a guardarci mentre lentamente consumiamo la nostra fiamma. Di aprirci a una compresione che ci guidi verso una trasformazione orientata dal desiderio e dalla necessità di migliorare. Di non girovagare come una scintilla impazzita sulla base dell’emozione del momento.
Accendere il fuoco dell’Aikido è piuttosto semplice. E lo è sia trasformarlo in un incendio, là dove manchi equilibrio tra tecnica, etica e la coltivazione della dimensione non fisica del praticante; sia custodirlo.
Bisogna però passare attraverso la fatica, la frustrazione e la gioia che dà insistere a sfregare quei due legnetti fino a quando si riesce ad accendere e accendersi.
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