Sincero e vero

Tra “sincero” e “vero” c’è un legame ma anche una significativa differenza. Qualcosa più di una sfumatura lessicale, che riguarda da vicino l’Aikido, le Arti Marziali e, in fondo, tutto ciò che facciamo.

La pratica dell’Aikido è attraversata da terminologie e frasi fatte, spesso abusate. Una di queste riguarda la definizione di “uke sincero“. Basta trascorrere un po’ di tempo sul tatami -e soprattutto in un pub dopo allenamenti e stage con compagni e insegnanti- per essere travolti da lunghissime discussioni sul ruolo del compagno di pratica. Inevitabilmente, le nostre orecchie sanguineranno a furia di ascoltare infiniti pipponi sull’uke sincero.

Un’intenzione chiara, manifestata attraverso una linea di attacco precisa e costante è il carburante migliore per lo studio delle tecniche e dei principi ad esse sottesi.

Succede, con maggior frequenza nei primi anni di pratica e spesso negli stage, di trovare uke oppositivi che in realtà sono compagni di pratica che attaccano con un’intenzione che cambia ogni secondo. Spesso quindi la tecnica non può essere finalizzata non tanto per imperizia (che comunque esiste, a qualsiasi livello) quanto per assenza di un carburante pulito, idoneo a dare vita a quello che chiamiamo Aikido.

Chi è che non ha avuto per esempio un polso afferrato da un uke che, al minimo movimento, iniziava a vibrare, muovere, contrastare?

Sincerità e chiarezza possono essere sicuramente reciprocamente collegate ma non è detto che lo siano in modo automatico. Così come può darsi che una persona diventi capace di attaccare con estrema chiarezza geometrica, senza che questo faccia di lei (o di lui) una persona sincera.

E quando anche si arrivasse ad essere chiari e sinceri, basterebbe tutto ciò a rendere vero ciò che facciamo e ciò che siamo?

Il discorso potrebbe scivolare verso i massimi sistemi -che pure sono importanti- ma siamo convinti che per arrivare verso la vetta dei pensieri e dei valori occorra sempre partire dalla concretezza della base e dell’esperienza.

Amiamo pensare che la nostra pratica non solo contenga ma si basi su principi universali e che il nostro…dialetto di pratica ne sia una sincera manifestazione. Dovrebbe essere così ma così non è. Perlomeno, non lo è sempre.

E’ sufficiente cambiare contesto di pratica per rendersene conto. Oppure frequentare i raduni nazionali dei vari enti che raggruppano linee tecniche diverse. Ciò che funziona a casa propria, scricchiola e vacilla. E non sempre si può invocare la facile scusa che uke non è sincero. Così come non sempre si può liquidare il tutto addebitando all’imperizia del praticante la sua frustrazione.

Chiarezza e sincerità inevitabilmente conducono il praticante a fare i conti con la verità.

Fin qui, la nostra esperienza ha rilevato tre macro atteggiamenti -didattici e personali- sui diversi tatami.

C’è chi parla esplicitamente di “verificare” il proprio Aikido, in senso praticamente etimologico. Di mettere alla prova la competenza tecnica. Attacchi potenti, prese solide e…vediamo se riesci a buttarmi giù. Data la natura umana, questo approccio -che pure ha una sua logica- spinge inevitabilmente la persona in una direzione competitiva. L’uso ragionato e ragionevole della forza non è un problema. Il problema è che la natura dell’Aikido non è competitiva non perché O Sensei non voleva che si facessero gare ma perché aveva capito che una pratica finalizzata a voler farcela a tutti i costi ingigantiva l’ego, anziché regolarlo.

C’è chi insegue con la didattica e la pratica la perfezione formale e la competenza enciclopedica. La ripetizione di un kata diventa il riferimento di verifica della pratica. Inteso come riferimento “assoluto”, il kata ha il pregio di rendere la pratica oggettiva. Tuttavia la didattica è quel momento in cui ciò che è oggettivo transita attraverso le competenze soggettive dell’insegnante e ha come destinatari altre persone. Il risultato è fare della forma se non un idolo, probabilmente un riferimento inarrivabile. Un totem geometrico a cui sacrificare aspetti non meno importanti e fondanti della pratica, primi tra tutti la sensibilità e la connessione.

C’è infine chi amplifica l’effetto che la pratica ha sulla dimensione emotiva e cognitiva dell’individuo. In questa prospettiva, quando la pratica restituisce nel tempo aumentate capacità di focalizzazione, empatia e rilassatezza, allora si ha un riscontro di veridicità. In qualche modo si ha la prova indiretta che la disciplina possiede al suo interno qualcosa che aumenta il benessere. La più grande tentazione, in questo caso, è la deriva individualista e intimista della pratica. Esiste solo ciò che l’individuo prova e questo apre la strada a proiezioni mentali e a una rappresentazione della disciplina che non solo fa inorridire i “duri e puri” ma che perde ogni elemento di oggettività, diluendo la tradizione a tal punto da perderne la riconoscibilità.

Queste prospettive, così come un mix bilanciato di esse, hanno un loro fondamento. Tuttavia, rispettivamente, mettere alla prova con la forza, ripetere e inseguire la forma e aumentare il benessere non sono definizioni di verità, anche quando tutto ciò sia fatto con sincerità.

Possiamo quindi spendere un’intera esistenza -sul tatami e fuori dal Dojo- a usare parole e compiere atti intrinsecamente sinceri, il cui valore ha un significato nella nostra cerchia di pratica e di relazioni e contemporaneamente non fare mai esperienza costante di verità. Un’esperienza che non può essere parziale né locale, perché la verità o è tutta o non è.

Si manifesta così, per il praticante di ogni età e grado, l’utilità di una disciplina marziale così particolare come l’Aikido. Un percorso che non è depositario della verità ma che accompagna la persona nel suo intero a mettere le basi per intuirne la presenza, l’esistenza e l’accessibilità.

L’Aikido come allenatore della ricerca e come facilitatore della chiarezza e della sincerità che possono preparare la strada all’attitudine di saper cercare, individuare e custodire questo incontro personale che vale più di ogni tesoro, di ogni dan e di ogni competenza tecnica.

Disclaimer: Foto di James Wheeler da Pexels

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