Che cosa scegliere tra qualità e quantità? Questa è una domanda non solo mal posta ma in fondo inutile.
Tra una singola banconota appena uscita dalla Zecca e il deposito di Zio Paperone pieno di banconote stropicciate ma perfettamente spendibili, nessuno avrebbe dubbi.
Su un piano meno materiale e più relazionale, del resto, chiunque vorrebbe avere al proprio fianco persone amiche, fidate e fedeli, magari anche poche, anziché essere circondato soltanto da persone indifferenti e distratte.
E infine, nel campo della salute, non è forse meglio poter affidarsi completamente a un medico di provata competenza che girare a vuoto tra rimedi della nonna, consigli, forum sul web e…ChatGPT?
Tre semplici esempi su tre aree fondanti l’esistenza umana: le relazioni, la salute, le risorse che permettono di vivere. Esempi che fanno capire come l’importanza data ora alla quantità ora alla qualità dipenda dal contesto.
Siamo invece stati progressivamente abituati ad assolutizzare questi due concetti, soprattutto la qualità.
Nel settore industriale e dei servizi la “qualità totale” è ormai uno standard, perlomeno per quelle aziende che davvero competono. Uno standard peraltro teorizzato negli Stati Uniti e applicato nella realtà industriale proprio dalle case costruttrici giapponesi. Il kaizen, del resto, il concetto di miglioramento costante, è una parte fondamentale della cultura giapponese.
Nelle relazioni -un tempo in quelle raccontate nei film, adesso in quelle reali- si parla tanto di privilegiare il “tempo di qualità” rispetto al semplice stare insieme.
È proprio così? O meglio: la qualità è oggettivamente un obiettivo da ricercare a tutti i costi?
Nel mondo in cui siamo tutti consumatori siamo stati travolti da una quantità enorme di prodotti, magari a bassa qualità ma a costi decisamente più abbordabili. E tanti saluti alla qualità.
Un bambino davvero torna a casa appagato dopo aver trascorso “due ore di qualità” col genitore con cui non vive più insieme?
Le discipline marziali, al pari del resto della poliedrica esperienza umana, portano con sé il segno di un’oscillazione tra questi due estremi. Ci sono realtà che prediligono il fare -e il fare tanto– e ci sono situazioni in cui si pone enfasi sul come, sull’aspetto qualitativo tecnico.
Ogni praticante, compreso chi ha una qualsiasi responsabilità di insegnamento, oscilla come un pendolo tra queste due zone. Ci sono stagioni della pratica (e dell’insegnamento) in cui si è più attratti dalla quantità o si ritiene di dover riversarla sugli allievi. Altre volte si va a fare un’analisi più curata.
L’Aikido incarna l’importanza del radicamento insieme alla fluidità e all’integrazione del movimento ma non lascia precise indicazioni su come raggiungere questi obiettivi. Lo stesso avviene per quanto riguarda un utilizzo dei concetti di quantità e qualità che sia funzionale alla crescita.
Non solo riteniamo che la permanenza in uno dei due estremi costituisca un danno e un limite per il praticante. Questo è ovvio. Crediamo soprattutto che l’oscillazione tra questi due poli non si risolva in un punto di equilibrio, radicato.
Infatti là dove la quantità è misurabile, la qualità lo è indirettamente. Quando invece è la qualità che restituisce degli indicatori di miglioramento (per esempio errori dovuti a movimenti fatti nella sequenza errata), si ricade con molta facilità in una pratica basata sulle sole ripetizioni.
Occorre trovare (almeno) una terza dimensione. Una via che esca dalla prospettiva troppo soggetta al superamento (il quanto) e all’opinabilità (la qualità del come) e che si apra alla domanda di fondo:
Per chi pratico?
“Per chi” e non “perché”. Il motivo è semplice. Il perché, in fondo, cerca una spiegazione. Ed è capace, se non si fa molta attenzione, di distorcere sia il come sia il quanto. O peggio, di esserne semplicemente una copia.
Riflettere sul chi è al centro del processo che si attiva allenamento dopo allenamento diventa inderogabile, necessario, fondamentale.
A questo punti alcuni eccepiranno che Morihei Ueshiba abbia detto una cosa del tipo:
Il progresso arriva per coloro che praticano e praticano; confidare nelle tecniche segrete non porta a niente
Ma dobbiamo pure ricordarci che praticare e allenarsi per un giapponese si rifanno al termine keiko (稽古), cioè una continua riflessione tra quello che siamo oggi e la nostra versione uscita dall’allenamento di ieri. Un processo che lo stesso Ueshiba ha definito così:
Per praticare pienamente l’Aikido bisogna calmare lo spirito e tornare all’origine
Un’origine che sta fuori dalla quantità e dalla qualità e che si concentra in quel “chi” per il quale vale la pena salire sul tatami, cadere e rialzarsi, faticare e accettare di non capire, aver pazienza e saper stare in silenzio.
古より
文武の道は
両輪と
稽古の徳に
身魂悟りぬSin dai tempi antichi, la via della conoscenza e quella della maestria marziale sono state come due ruote bilanciate (che fanno avanzare la società). Attraverso i meriti e le virtù del keiko, corpo e spirito si risvegliano.
Lo scriveva Morihei Ueshiba. La conoscenza trascende la maestria marziale ed è un incontro, non una tecnica né una formula.
