Ci sono termini che sembrano esiliati da certi ambienti. La difesa -personale- è uno di questi.
A volte è un vero e proprio tabù. Sembra che, anche solo a parlarne, si vada su un terreno non appropriato.
In diversi ambienti marziali parlare di difesa e di difesa personale innesca dibattiti vari. I temi spaziano dall’efficacia delle tecniche alla bontà dei metodi proposti. Spesso nascono polemiche: c’è chi sottolinea che in caso di aggressione non esista un metodo che renda capace una persona di affrontare il picco di stress. Altri ancora non concepiscono la necessità di strutturare corsi di difesa, visti fondamentalmente come un placebo che non va a lavorare sulla pacificazione dell’individuo (che dovrebbe essere uno degli obiettivi della pratica marziale).
Il fatto stesso che ogni volta che si tratta dell’argomento si accenda il dibattito è indicativo di una realtà oggettiva con cui fare i conti: il fenomeno della violenza esiste. Ѐ multiforme e striscia più o meno silenziosamente insidiandosi in molti aspetti della vita personale e sociale.
Sì perché se è vero che determinate notizie di cronaca -con i relativi piani editoriali che spesso fanno leva su sensazionalismo e paura- hanno come elemento comune atti efferati di violenza fisica, il fenomeno della violenza è molto più sommerso.
Verbale, economica, coercitiva e manipolativa nelle relazioni. Quindi psicologica, nelle sue molteplici forme nei vari ambienti: domestici e lavorativi con il fenomeno di stalking e bossing. Scolastica e giovanile con il bullismo che sfocia nel cyberspazio con i fenomeni di cyberbullismo, hate-speech, revenge porn. Infine, purtroppo, sfocia nel dominio fisico delle molestie e degli atti fisici di violenza fisica e sessuale.
Più che le opinioni personali, parlano i dati. A livello europeo, la grande indagine promossa dall’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere ha messo in risalto che in Europa il 31% della popolazione femminile ha subito violenza, di cui quasi il 18% dal partner. L’Italia ha numeri analoghi (31,9%).
Non parliamo però di numeri ma di persone. Rimanendo in Italia: 7 milioni di donne. E siccome, per gli specialisti, il fenomeno è sottostimato (per vergogna della vittima, per paura delle ritorsioni), è ragionevole dire che…quando siamo per strada e incrociamo tre donne, con molta probabilità due di quelle hanno nel loro vissuto -o nel loro presente- i segni di una violenza.
Ѐ una vera e propria epidemia che richiede un posizionamento culturale, personale, sociale ed istituzionale.
La giurisprudenza, come è noto, legge la società e la sua mutazione e cerca di definire cornici e strumenti per arginare il fenomeno, prevenirlo e curarlo, quando l’evento criminoso è purtroppo accaduto.
La società, specie nel terzo settore, opera instancabilmente per dare a quante più persone possibili gli strumenti e le competenze per fare i conti con la violenza nel modo più costruttivo possibile.
Ѐ in questa dimensione che nascono i corsi di difesa personale. Nella nostra esperienza all’interno del Metodo Globale Autodifesa della FIJLKAM possiamo dire che marzialità e difesa personale sono e devono essere due piani distinti.
La maggioranza delle persone non ha né tempo né voglia di frequentare per anni un corso di Arti Marziali -che del resto avviene nel perimetro di regole certe, su un tatami e in un gruppo dove si presuppone che non ci siano intenti lesivi e aggressivi.
Si tratta quindi di poter offrire in modo rapido una sorta di valigetta degli attrezzi. Molte persone -e tra queste molte donne- non conoscono quali sono i diritti previsti dalla Legge. Molti ignorano quali siano le condizioni necessarie per poter invocare la “legittima difesa”. Certe traiettorie giurisprudenziali e un certo pensiero diffuso nella società induce talvolta a ritenere che sussista una qualche impunibilità. Che sia concesso praticamente tutto.
Nell’offrire una formazione chiara dal punto di vista normativo, il Metodo Globale Autodifesa restituisce ai partecipanti una modalità di allenamento semplificata che consente di recuperare presenza e focalizzazione, andando a lavorare sull’innalzamento della soglia di attenzione, primo requisito per la prevenzione, che è l’obiettivo principale.
Infine, a livello fisico, tecniche di evasione e di contenimento innalzano la capacità psicofisica di risposta allo stress di una minaccia, innalzando le possibilità di risoluzione positiva della situazione, laddove sia inevitabile lo scontro fisico.
L’esperienza di questi ultimi dieci anni in cui progressivamente siamo entrati a contatto col mondo della Difesa Personale ci ha fatto toccare con mano che l’argomento “difesa” è vasto e richiede di essere trattato in modo serio e professionale. Certamente non ignorato, diversamente rischia di essere presidiato in modo incompetente e quindi pericoloso da chi millanta di poter trasformare chiunque in un robot imbattibile.
Sempre l’esperienza ci ha messo di fronte tante persone che non riescono a far tornare i conti con la dimensione del conflitto, che è una dimensione inevitabile dell’essere umano: ci si scontra. A volte solo emotivamente, spesso verbalmente, purtroppo ogni tanto fisicamente.
Persone spesso ferite, in cui il semplice ripetere esercizi di respirazione e di fonazione per dire un chiaro “No”! a un avvicinamento, inizia a ricostruire la dignità macchiata e lacerata dal comportamento e dall’insensibilità altrui.
Questo è l’enorme campo di missione di chi diffonde il Metodo Globale Autodifesa e di tutte le persone di buona volontà che, in molti altri modi, concorrono a riportare la persona al centro dei propri diritti e doveri.
Ed è qui che marzialità e difesa convergono. Difendersi non significa di per sé imparare a combattere. Significa imparare a riconoscere il proprio valore e proteggere il diritto di esistere con dignità.

Pienamente d’accordo
È una cultura che deve essere diffusa in modo capillare. Grazie per il lavoro prezioso che Sara sta svolgendo. Auguri per un ricco futuro