Tutte le volte che saremmo potuti morire

Avete mai pensato a tutte le volte che saremmo potuti morire e invece siamo ancora qua?

Ѐ sicuramente un pensiero che passa nella testa più volte nella vita. Magari ripercorrendo determinate leggerezze fatte nell’incoscienza dell’adolescenza. O incidenti evitati per un soffio. Oppure ancora per imprevisti che ci hanno sorpreso, mettendo in luce le nostre vulnerabilità.

Eppure siamo ancora qua.

Ogni tanto proponiamo, specialmente nei corsi di Difesa Personale, gli allenamenti con l’uso dei pennarelli. Ci si veste con una t-shirt sacrificabile e si usano i pennarelli a tinta lavabile invece dei meno pratici coltelli, che hanno il difetto di tagliare davvero.

Ѐ una metodologia didattica abbastanza diffusa nei corsi di Arti Marziali. Le regole sono semplici: chi ha il pennarello deve colpire il tronco del compagno di pratica. Si pratica sia pennarello contro mani nude, sia pennarello contro pennarello.

“La penna è più potente della spada”, scriveva nel 1839 Edward Bulwer-Lytton. Non poteva certo immaginare che anche i pennarelli non scherzano.

In questo tipo di allenamento, si notano fenomeni curiosi. Prima di tutto, saltano in fretta tutte le regole. Le tecniche, generalmente fluide e ordinate, lasciano presto spazio al caos. Il fiato diventa corto, la capacità di focalizzazione si riduce, la coordinazione motoria si limita.

Tutto ciò è molto ben studiato e ha a che fare con la parte più antica del nostro sistema nervoso. Di fronte al primordiale istinto di sopravvivenza -e di sopraffazione- il nostro sistema va in una modalità di funzionamento conservativa. Si prepara alla fuga o al combattimento e massimizza certe funzioni, spegnendone altre o limitandole molto.

I pennarelli lasciano i loro segni sulle t-shirt e su tutte le parti scoperte delle braccia e delle mani. Ogni punto, ogni riga avrebbero avuto ben altro colore se al posto dei pennarelli ci fossero state delle lame.

Non solo un bagno di umiltà, che impone una rivisitazione dell’attitudine durante l’allenamento e delle reali capacità di fronteggiare un’eventuale aggressione.

Soprattutto la consapevolezza che, anche in presenza di un allenamento ottimale, fronteggiare una persona armata è quanto di più inutilmente pericoloso si possa fare, perché, certamente, se si torna a casa, si torna a casa con qualche ricordo sanguinante.

Ma c’è una riflessione ancora più profonda, che ci piace portare al livello delle prospettive con cui ciascuno di noi sale sul tatami.

Principalmente chi legge queste pagine pratica Aikido. Ma crediamo che sia lo stesso per qualsiasi disciplina marziale e sport da combattimento. Ci sono state fasi della nostra vita in cui abbiamo espresso una pratica fisica, esplosiva, completamente agonistica. Altre in cui l’intensità si è misurata in quantità di ore di pratica e di resistenza. Altre ancora in cui ci siamo dedicati a una parte più attiva o più ricettiva. Altre in cui dentro le forme ci è sembrato di scorgere altre dimensioni che non richiedono né agonismo, né intensità, né quantità ma che, forse, non si rivelano se non si passa per quegli snodi…

Siamo tornati a casa con lividi, lussazioni, distorsioni, ematomi, articolazioni e tendini da sistemare… Ma mai e poi mai ci siamo trovati davanti qualcuno, sul tatami, che volesse accoltellarci. Sicuramente abbiamo incrociato qualche persona che aveva come unica prospettiva tirare a far male ma che i disagiati esistano lo si scopre fin da bambini, purtroppo.

Dove vogliamo andare a parare credo sia chiaro se è vero, come è vero, che per quanto sia intensa e seria la pratica marziale, nessuno di noi l’ha mai vissuta in un contesto così estremo da pensare che ogni volta che si saliva sul tatami sarebbe potuta essere l’ultima cosa fatta nella vita.

E quindi, nei nostri allenamenti, viviamo infinite volte tante situazioni in cui, se le condizioni fossero di combattimento reale, saremmo stati condannati a qualche mese di trazione all’ospedale. O proprio non ci saremmo arrivati.

Pensare a tutte le volte che saremmo potuti morire, non può che farci del bene. Per apprezzare meglio il qui e ora. Per essere riconoscenti nel vivere ancora in condizioni di assenza di conflitti armati. Per incrementare la qualità della nostra presenza.

Per infiniti aspetti che ognuno può elencare. Ma in particolare, sicuramente, per ricordarci che il Budo non insegna a diventare delle armi perfette ma perfetti servitori, consapevoli della propria vulnerabilità e per questo capaci di esprimere una libertà matura e costruire una pace su presupposti di realtà.

Disclaimer: nella foto, alcuni dettagli del passaggio dei pennarelli su alcuni nostri allievi

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