Dall’eccellenza alla chiusura

Nelle performance sportive l’eccellenza nasce spesso da elementi preziosi: disciplina, dedizione, ricerca continua della perfezione tecnica, rapporto profondo tra tecnico e atleta. Questi elementi hanno permesso a molti tecnici e molte società di costruire percorsi di grande valore.

Lo stesso accade, chiaramente, nelle discipline marziali, anche in quelle, come l’Aikido, che non prevedono un settore agonistico strutturato. O, detto più semplicemente: nelle Arti Marziali non competitive.

Ѐ un’alchimia fatta di impegno e relazione, che in parecchi casi porta a legami e a un certo tipo di radicalità che esercitano un fascino profondo su chi vede esistenze dedicate con impegno in una disciplina. Un’attrazione anche estetica. Potremmo infatti dire che la ricerca di una qualche eccellenza tecnica porta con sé l’espressione geometrica marziale a forme che risultano gradevoli, anche agli occhi di spettatori senza alcun tipo di competenza

Esiste tuttavia un paradosso che ogni sistema maturo -sportivo o meno- prima o poi deve affrontare: ciò che genera eccellenza può, nel tempo, diventare ciò che limita la crescita. Non perché le persone cambino in peggio, anche se il tempo che passa qualche energia la toglie sempre. Non perché il talento evolva in difetto. Ma perché un sistema che cresce deve continuamente ridefinire il modo in cui apprende.

Un Dojo è un sistema, una classe è un sistema, un movimento e un’organizzazione sono un sistema. A ben guardare, anche il singolo -praticante o insegnante che sia- è un sistema.

Un tecnico che ottiene risultati costruisce inevitabilmente anche una propria identità professionale. Il metodo che ha sviluppato, le esperienze accumulate, i risultati ottenuti diventano parte della sua storia. Pensiamo, per riferirci a esempi noti a tutti, a Julio Velasco.

Ѐ un processo ovviamente positivo. Tuttavia sorge un rischio quando il metodo smette di essere uno strumento e diventa un’identità da difendere.

A quel punto un rilievo tecnico può trasformarsi in una questione personale: “Il mio modo di insegnare è messo in discussione”?
Non è soltanto permalosità. Ѐ difesa dei perimetri. Quando la difesa prevale sulla ricerca, è una campana a morto, tanto per il tecnico, quanto per il gruppo ad esso affidato.

In un sistema complesso questa dinamica è naturale: ciò che ci ha portato al successo tende a diventare il modello con cui interpretiamo il mondo. Ma, come sappiamo, il futuro non è mai uguale al passato.

Guardando al frastagliato mondo marziale, l’Aikido (ma potremmo dire lo stesso di ogni altra disciplina, solo con fattori di scala diversi) appare come un arcipelago fatto di Dojo. Numerosi sono coloro che, ciclicamente, si interrogano anche con sincerità sulle solite tematiche.

Un approccio superficiale cercherebbe il responsabile, provando a individuare quelle persone o quei gruppi che “non sono attrattivi”, che “non lavorano con i giovani”, che “non si aggiornano”, che “rimangono chiusi nel loro Dojo” e che “non frequentano stage”. E così via. Lo stesso accade quando ci si confronta tra insegnanti e anche lì parte, in una frazione di secondo, il festival delle etichette. A volte autoattribuite.

Così si ha “il tradizionalista” che mal sopporterà “lo sperimentatore”. Il “marzialista” che non comprenderà, ricambiato, “lo spirituale”. Quello “senza compromessi”, che non riuscirà a ragionare con “l’empatico”. Inclusività e rigore, geometria e libertà. Insomma, una babele di post-it che seppellisce la dimensione della pratica sotto strati di proiezioni mentali, pregiudizi, pose e parzialità.

Un approccio analitico sistemico suggerisce di andare oltre. Di chiedersi, di fronte a una persona che pratica, a un gruppo che esegue un esercizio, a un insegnante che esprime una valutazione: “quali condizioni producono questo comportamento”?

All’interno dei movimenti di cui facciamo parte, possiamo dire di notare che la comunità che fa esistere e funzionare l’Aikido è composta da una rete di relazioni, dove ognuno è un nodo della rete. Allora non esiste soltanto la somma data da tecnici, società, tesserati, dirigenti, commissioni, formatori e territori. Piuttosto prende forma una pluralità di connessioni che uniscono tra loro i nodi della rete.

La qualità del movimento non dipende quindi soltanto dal livello dei singoli nodi, ma dalla qualità delle connessioni tra loro. Di conseguenza, un sistema con molte realtà anche singolarmente professionali che non condividono conoscenza può diventare meno forte di un sistema con persone leggermente meno brillanti ma capaci di apprendere insieme.

La risorsa più importante di una disciplina sportiva non è solo il numero di tesserati o il medagliere. Sono fattori importanti, certo, ma non decisivi. Ciò che è decisivo è la capacità di far circolare conoscenza. Reale, capace di elevare il livello del sistema

Un errore tecnico osservato durante un esercizio, una difficoltà emersa in una dimostrazione, in un kata, un limite metodologico individuato in un praticante o in un insegnante: tutto questo non dovrebbe essere soltanto un giudizio sul singolo. Né tantomeno diventare motivo di difesa o condanna per il relativo tecnico.

Dovrebbe diventare informazione preziosa per il sistema.
Questo, per esempio, è periodo di esami per i nostri allievi del gruppo adulti. Un esame non dovrebbe rispondere soltanto alla domanda: “Questa persona è pronta”?

Dovrebbe soprattutto porci nella condizioni di chiederci: “Che cosa ci sta dicendo questa persona sul nostro modo di formare”?

Uno dei passaggi culturali più importanti riguarda il rapporto tra l’insegnante e il sistema di formazione del movimento cui appartiene. Nel nostro caso, parliamo della formazione federale.

La paura che un percorso esterno possa indebolire il ruolo dell’insegnante nasce da una visione della conoscenza come proprietà:

“Se qualcun altro insegna qualcosa al mio allievo, perdo valore”. Che talvolta si manifesta con altri pensieri e timori equivalenti ma che convergono sulla resistenza che insegnanti -e i gruppi in cui la loro visione viene diffusa- hanno nei confronti di percorsi esterni e complementari all’esperienza dei propri Dojo. Chi teme la confusione, chi teme la saturazione del calendario, chi rivendica la legittimità della propria linea tecnica. E altri cento modi di parafrasare la stessa resistenza di fondo.

Ѐ sufficiente avere il coraggio di aprirsi a una dimensione di pratica più ampia per riconoscere che una conoscenza condivisa non diminuisce chi la possiede. Al contrario.

Un maestro cresce quando i suoi allievi tornano più competenti, più curiosi, più capaci di comprendere. L’insegnante in fondo sa di non essere l’unica fonte di sapere. È piuttosto colui che insegna ad apprendere. In questo modo l’eccellenza anziché essere, per bene che vada, locale e quindi destinata a esaurirsi nei limiti della realtà in cui opera, diventa sistemica.

Le organizzazioni sportive più mature non cercano soltanto campioni: costruiscono ambienti dove il livello medio cresce continuamente. I risultati di federazioni un tempo considerate minori lo dimostrano e lo dimostra il medagliere di Judo e Karate. Questo perché l’eccellenza individuale è importante ma l’eccellenza che non genera altra eccellenza rischia di diventare un’isola.

Chi calca i tatami da tempo sa che questo è vero e può fare il nome e il cognome di valenti insegnanti che hanno saputo trasmettere, hanno saputo e sanno brillare di luce propria ma che non sono riusciti a trasformare in sistema la condivisione. Gruppi dalla grande caratura tecnica individuale, destinati ad essere musei in cui ospitare se stessi.

Comunità che si ritengono floride perché costituite da tanti Dojo riuniti ma solo e sempre sotto l’ombrello di una piramidalità indiscutibile, dove l’unico sapere che circola è quello di chi sta sopra. Che si ritengono libere, senza rendersi conto che il loro continuo frequentarsi non è libertà, ma la clonazione di un modello che ripete ciò che chi è a capo della struttura ripete.

La sfida del futuro non è scegliere tra tradizione e sperimentazione, tra seguire il proprio maestro o iniziare a partecipare assiduamente agli eventi organizzati dal movimento di appartenenza, tra esperienza e formazione. La sfida è trasformare la tradizione in una forza capace di evolvere.

Perché un sistema non rimane vivo difendendo ciò che è stato. Rimane vivo imparando.

Disclaimer: Foto di Lewis Bedar da Pexes

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