Nell’antica Grecia, idiota era il privato cittadino. Colui che non ricopriva cariche nell’amministrazione della città o dello stato. Una persona normalissima, insomma.
Solo successivamente, per estensione, il termine iniziò ad indicare non solo l’uomo del popolo ma le persone prive di cultura.
Ed è poi solo nella cultura latina che il termine venne usato per identificare l’illetterato. In questo modo idiozia e ignoranza iniziarono a sovrapporsi, giungendo fino a noi. Oggi un comportamento idiota è una serie di azioni prive di senso, poste in essere senza ragione. Fondamentalmente stupide.
L’Aikido quindi è idiota?
Assolutamente sì. (E qui inizieranno a esultare parenti, amici, conoscenti che non comprendono perché mai uno dopo una giornata di lavoro dovrebbe andare a sudare su un tatami).
Però, attenzione. L’Aikido -in realtà ogni disciplina marziale- è idiota nel senso che è una pratica rivolta a tutti, non elitaria, non riservata ad una sola categoria di persone.
Anzi. Quando si insegna ai piccoli, si vede con immediatezza che la profondità dei principi, la pulizia delle linee e l’immediatezza delle tecniche sono tanto più immediati quanto più sono semplici coloro che praticano.
Una semplicità che l’essere piccoli -di età ma anche di cuore– agevola e indirizza verso un’autentica comprensione di ciò che si esercita.
Nei percorsi formativi si cerca sempre di strutturare la didattica per facilitare il passaggio da una condizione di minore sapere a uno stato di maggior consapevolezza.
Tentando quindi di essere -o quantomeno apparire– meno ignorante, l’essere umano talvolta eccede. Si creano quantità di dati, studi, informazioni, libri, metodi…Rispondendo di fatto alla complessità della vita con altra complessità.
Nel mondo marziale: programmi, variazioni, liste di tecniche, etichette più o meno complicate, linguaggi che dovrebbero essere chiari e che diventano gergo da iniziati…
La semplicità, se proprio deve avere un suo opposto, non lo trova nella complessità, ma nella dispersione.
Una disciplina come l’Aikido rischia quindi di diventare idiota nel senso moderno quando diventa un ammasso disorganico di gesti e parole. Un tassello confusivo e dispersivo -e quindi in ultima analisi anche complesso nelle giornate di chi vi si avvicina.
La semplicità di cui è portatore trova la sua forza nell’indicare un percorso che sviluppa capacità di scelta.
Le persone che sanno scegliere, che organizzano la propria esistenza e le proprie azioni intorno a valori chiari, sono persone semplici che navigano linearmente nei mari complessi e agitati dell’esistenza.
E qui sta forse il secondo e maggiore rischio per l’Aikido di essere modernamente idiota.
La semplicità che indica non richiede uno sfoltimento, né quel tipo di radicalità che può prendere le sembianze di una qualche forma di monachesimo. Richiede la capacità di concentrazione, di unificazione.
Di saper ricondurre ai principi le esperienze vissute fuori e dentro il Dojo perché ad essere piena e ricca sia la vita di chi pratica e non tanto la pratica stessa.
Un percorso che riconosce l’importanza e l’intrinseco limite della formazione, perché sa che senza essa non è possibile comprendere come esercitare i principi ma che non è in essa che trovano piena risposta quelle domande, non tecniche, che attraversano le nostre esistenze.
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