Uno degli elementi che fanno presa sulla curiosità di chi non conosce l’Aikido è indubbiamente la possibilità di affacciarsi ad uno studio trasversale che contempli esercizi con la spada, il bastone e il coltello (rigorosamente di legno e nell’ordine: bokken, jo e tanto).
Anni di dimostrazioni in pubblico ci hanno insegnato che far balenare una katana di fronte ai passanti li fa fermare. Non è solo un’evocazione che rimanda all’immaginario dei film e all’iconografia dei samurai. Quest’ancora consente di avvicinare persone di tutti i tipi, mettere loro in mano un bokken o un tanto e far capire che chiunque può maneggiarli.
Anche nelle sue declinazioni più fisiche, l’Aikido veicola al grande pubblico un messaggio di armonia. Sembra quasi che lo studio delle armi sia una contrapposizione rispetto alla più comune e diffusa pratica a mani nude.
In realtà è esattamente il contrario.
Le armi nell’Aikido non sono un’aggiunta folcloristica, né un omaggio alle tradizioni del Giappone feudale. Sono una chiave di lettura. Un acceleratore di comprensione. E, soprattutto, uno dei pilastri su cui si costruisce una pratica autentica.
Prima di cadere in facili fraintendimenti e, con essi, risentimenti, è bene chiarire due aspetti. Il primo riguarda le ragioni storiche e didattiche per cui parecchie ramificazioni dell’Aikido hanno limitato di molto, se non accantonato, lo studio delle armi. In molte linee didattiche si è attinto alle scuole di spada giapponese, su tutte il kenjutsu del Kashima Shinto Ryu e del Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu. Per lo studio del bastone, alcune scuole si sono affacciate allo Jodo. Alcuni insegnanti hanno sviluppato movimenti propri, ritenuti funzionali al loro sistema didattico.
Altre linee di insegnamento hanno ritenuto credibile e didatticamente coerente basarsi sulla codifica del lavoro del Fondatore dell’Aikido svolto negli anni in cui risiedeva a Iwama e lungo i quali ha avuto una maggior continuità di trasmissione nei confronti di alcuni suoi studenti, tra cui Morihiro Saito.
Il secondo riguarda la particolare specificità di questa disciplina che riesce a chiamarsi Aikido nonostante o forse proprio perché ci sono tante sue declinazioni. L’obiettivo di una disciplina è la pienezza dell’individuo in ogni suo aspetto. Laddove una didattica, qualunque essa sia, raggiunga questo scopo, ha esattamente pari dignità rispetto alle altre.
Qui non stiamo parlando quindi di una strada migliore rispetto ad altre. Qui stiamo affermando un principio ovvio quanto difficile da accettare: il corpo non mente.
E se il movimento non mente, dobbiamo ammettere che possiamo “far funzionare” una tecnica a mani nude anche compensando con la forza, con la velocità o con l’esperienza.
Con un bokken, no. La spada è spietatamente sincera.
Se il baricentro è fuori asse, la tecnica perde efficacia (percussione o taglio che sia, non importa). Se le mani guidano il movimento invece del centro, tutto diventa pesante. Se il tempo è sbagliato, lo si avverte immediatamente.
Il bokken non giudica. Rivela.
Ed è proprio questa la sua forza: rende visibili errori che, nella pratica a mani nude, possono passare inosservati per anni. O addirittura negati, coperti e, con una certa dose di manipolazione, spacciati per accorgimenti funzionali.
Lo studio delle armi, il buki waza, porta il praticante a scoprire presto una verità scomoda: non sta imparando a usare una spada, un bastone, un coltello. Sta imparando a muoversi.
Ogni suburi diventa un esercizio di postura. Ogni kata una lezione di equilibrio e di spazialità. Ogni esercizio a coppie una ricerca del tempo perfetto, della distanza corretta, della presenza mentale.
L’arma diventa uno specchio. Lo specchio fa il suo lavoro: riflette l’arma usata e, aggrappato ad essa, il praticante.
Per quanto sia relativamente giovane, l’Aikido non nasce dal nulla. Le sue radici affondano nelle antiche arti marziali giapponesi, dove il combattimento armato e quello disarmato erano due espressioni dello stesso principio.
Per il Fondatore, Morihei Ueshiba, la differenza tra impugnare una spada o eseguire una tecnica a mani nude non era tanto nello strumento quanto nella qualità del movimento. Cambiava l’oggetto ma non cambiava il principio.
Ed è per questo che chi pratica seriamente il buki waza finisce per migliorare inevitabilmente anche nel taijutsu: il corpo impara a muoversi in modo più naturale, più economico, più efficace.
Se il bokken educa alla chiarezza, il jo insegna qualcosa di ancora più difficile: la continuità.
Un bastone lungo oltre un metro non permette movimenti spezzati. Ogni rotazione coinvolge tutto il corpo. Ogni cambio di direzione richiede coordinazione tra piedi, anche, busto e mani. In una simile condizione non ci si può affidare alla forza delle braccia. Lentamente si impara a far lavorare il centro.
Ed è qui che nasce la vera potenza dell’Aikido: non dalla tensione muscolare, ma dall’integrazione del movimento. Da quella particolare connessione con se stessi che è essenziale per iniziare ad esplorare quella col compagno di pratica
Sono dettagli che cambiano completamente la prospettiva. Molti praticanti scoprono il valore del buki waza solo dopo anni di allenamento. All’improvviso una tecnica che sembrava complicata diventa semplice. Una proiezione acquista naturalezza. Le mani smettono di “fare” e iniziano semplicemente a seguire il corpo.
Non è magia.
È il risultato di centinaia, migliaia di fendenti, affondi e movimenti ripetuti con presenza: le armi insegnano ciò che le tecniche da sole non riescono a spiegare.
Più si progredisce con le ripetizioni e più si impara ad usare le armi…Meno si pensa alle armi. E’ un paradosso che svela la realtà. A un certo punto, il bokken smette di essere una spada. Il jo smette di essere un bastone. Diventano strumenti per comprendere distanza, intenzione, equilibrio e armonia.
Diventano Aikido.
Ecco perché noi siamo convinti che lo studio delle armi debba accompagnare da subito il praticante, bambino, adolescente o adulto che sia, nel rispetto della sua condizione fisica e mentale. Nella nostra esperienza abbiamo visto e vediamo risultati didatticamente e pedagogicamente sorprendenti.
Infatti è proprio nello studio delle armi che si nascondono alcune delle lezioni più importanti della nostra disciplina: la gestione della distanza, la precisione. E così il timing, la centratura e la continuità del movimento. Sono gli stessi principi che ritroviamo in ogni tecnica a mani nude.
Non esistono due Aikido: uno con le armi e uno senza. Esiste un solo Aikido, espresso attraverso strumenti diversi.
Perché il vero obiettivo non è imparare a impugnare una spada, far roteare un bastone o guizzare un coltello.
E’ piuttosto imparare a muovere il corpo con tale naturalezza che, alla fine, l’arma diventa invisibile… E rimane soltanto il principio.
