Ombre e potenziale: il Nomad Seminar

Dal 22 al 24 novembre, si è svolto a Uster, nei pressi di Zurigo (CH), il settimo Aiki Nomad Seminar che ha sviluppato un percorso sul tema del potenziale nascosto che è in ognuno di noi.

Spendiamo però prima qualche parola sul Nomad Seminar. Giunto alla sua settima edizione, è un format ideato e curato da maestri professionisti di Aikido (ovvero, la cui vita è dedicata alla pratica e all’insegnamento), interni alla Evolutionary Aikido Community di cui il nostro Dojo fa parte.

Nomad perché l’idea originale era quella che, ogni anno, il seminar si tenesse presso uno dei Dojo dei maestri.

Quest’anno, dunque, è toccato ad Aikido Unlimited, il Dojo di Peter Frankhauser e Julia Geissberger a Uster, ospitare l’evento.

Il Nomad Seminar è un evento unico nel suo genere nell’anno di pratica, a cui siamo molto legati. Possiamo dire che in quei giorni viviamo un’esperienza molto profonda, frutto della grande intesa tra maestri, della loro capacità didattica e tecnica e della loro capacità di rendere manifesti, attraverso esercizi anche innovativi, concetti e realtà altrimenti molto difficili da “maneggiare”. E’ uno dei momenti, inoltre, in cui nell’anno è maggiormente visibile come ai nostri maestri stia davvero a cuore la nostra crescita a 360°.

Il Nomad Seminar non è un evento di formazione squisitamente tecnica. Le tecniche sono lo strumento di espressione e di indagine, non il fine. Non per questo, è un evento che si può vivere in pantofole. Anzi. Sarà per la fatica di rimanere concentrati sul tema, è uno dei momenti più faticosi nell’anno, dove alla fine il keikogi è fradicio, il fiato corto e, perché no?, qualche lacrima può solcare il viso.

Quest’anno il tema era appunto il potenziale nascosto – hidden potential.

E’ un tema di per sé molto vasto. E anche sdrucciolevole. Sul self empowerment si è scritto e detto di tutto e tanti, troppi, spesso con poca o nessuna competenza, hanno detto la loro. Sovente, facendo danni.

I nostri maestri hanno scelto un approccio intelligente. Riprendendo alcuni spunti sviluppai nelle precedenti edizioni, hanno proposto un percorso tecnico esperienziale sulle nostre ombre. Personificate dal nostro compagno di pratica, che fisicamente entra in contatto con noi con la sua energia, le nostre ombre sono parte di noi, spesso inconsapevolmente.

Lo studio della reazione e della relazione a questo tipo di energia, porta a considerare quanti aspetti di noi non conosciamo, quanti reprimiamo magari vergognandocene, quante paure fremono nell’inconscio, quante instabilità.

Ad un’analisi più attenta, arriviamo a constatare che allo stesso modo abitano in noi ombre dorate. Talenti di cui abbiamo poca o nessuna percezione, risorse…Potenziali nascosti, appunto.

Siamo stati facilitati da Durward Burrell e da Marco Rubatto a fermare su un quadernino le sensazioni, le ispirazioni e i rimandi che reciprocamente formulavamo valutando la pratica dei nostri compagni. E’ interessante osservare quanto l’interpolazione dei giudizi ricevuti possa aiutarci a conoscere zone di ombra o di luce che sono evidenti a tutti…tranne a noi!

Viceversa, è altrettanto interessante osservare quanto spesso nel dare una valutazione in realtà stiamo parlando di noi.

Chissà, forse è vero che non ci sono ombre positive o negative ma solo parti di noi che emergono da una zona profonda e inesplorata. Forse è vero che consentendo alle nostre zone inesplorate di esprimersi solo di tanto in tanto, ciò che ne viene fuori è strozzato e spesso sporco, rabbioso, solitario, divisivo.

E’ però certamente vero che siamo tutti responsabili nello scoprire la nostra vera natura e identità. La metafora di un animale in gabbia che vive nelle parti più profonde del nostro essere rende l’idea. Imparare a gestire il rilascio in libertà di questa nostra parte più profonda è questione che richiede tempo, sensibilità, l’aiuto di guide serie e amorevoli e la voglia di non ingannarsi e prendersi in giro.

E’ altrettano vero che pressoché tutte le tradizioni spirituali hanno sempre parlato di un livello manifesto, uno nascosto, uno divino. Con lo stesso linguaggio, l’Aikido punta ad essere uno strumento per provare, usando la metafora di Marco Rubatto, a ruotare in continuazione l’iceberg che siamo, così da mettere alla luce del sole la parte nascosta e da sommergere la parte manifesta.

Noi crediamo fermamente che anche attraverso questa strada si possa arrivare a fare esperienza di quella scintilla divina che ci accomuna, che permette di riconoscersi nell’altro, al di là delle barriere di lingua, cultura e credo.

Per inciso, è in questa coincidenza di prospettiva universale che sentiamo risuonare fortemente le nostre radici e il nostro credo cristiano in ciò che condividiamo nell’Aikido: pur consapevoli delle differenze di prospettive e di finalità di un’Arte Marziale e della religione che professiamo, raramente abbiamo trovato altrove uno strumento così potente a disposizione della crescita dell’individuo.

E di questo siamo grati, perché in queste occasioni, siamo davvero tutti fratelli in cammino verso una meta comune.

 

 

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