Di fronte a qualsiasi esperienza, quali sono i parametri attraverso i quali attribuiamo un valore a ciò che ci viene proposto?
C’è una dimensione estetica, che coinvolge ciò che vediamo, udiamo e percepiamo attraverso i sensi. A questa si aggiunge la sfera delle emozioni e del benessere generato. Infine la funzionalità -o la sua assenza va a mettere il sigillo sui giudizi che quotidianamente decretiamo su relazioni, prodotti, situazioni, esperienze.
Se pensiamo alle nostre abitudini come consumatori, dobbiamo onestamente dire che le nostre scelte sono guidate molto poco da quanto l’oggetto che acquistiamo soddisfi esigenze di funzionalità e molto da aspetti estetici e dal benessere percepito che quel vestito, quell’accessorio, quel telefono ci trasmette.
Questa è la nostra natura, Anzi: è la natura. Dalla danza di corteggiamento del più piccolo dei passeri, passando per il riccio di mare che si abbellisce con gusci di conchiglie a tutta l’estetica di cui risplende il creato, finendo per gli infiniti spazi in cui si muove l’arte umana.
Anche quella marziale.
In tutto ciò fa sempre bene riflettere sul cosiddetto Budo moderno. Senza fare un corso compresso di storia giapponese e di marketing sportivo un tanto al chilo, la brillante “invenzione” di un codice marziale che veicolasse i bagliori degli ideali giapponesi è stata una fantastica operazione di storytelling ante litteram.
Nella necessità di ricostruire un’immagine del Giappone dalle ceneri sovrapposte dei due secoli e mezzo di guerra civile e dell’apertura traumatica al mondo, la rielaborazione delle competenze marziali condensate nel Karate, nel Judo e nell’Aikido, sono diventate un linguaggio che si è costantemente mosso in una contemporanea bidirezionalità.
Diffondere quindi le discipline marziali verso l’esterno consentiva in qualche modo di soddisfare una necessità interna. Mostrare al mondo che il Giappone, la sua cultura e i suoi valori avessero qualcosa da offrire. Uno standard di eccellenza, se non proprio un prodotto, di cui l’umanità non potesse fare a meno.
La biografia di Morihei Ueshiba, nonché i suoi scritti, sono un esempio di questa ristrutturazione narrativa e operativa. Detta male e in sintesi: abbiamo capito che conquistare militarmente il mondo non era possibile e che in fondo era una follia. Creiamo allora una rivoluzione gentile che lo conquisti attraverso i nostri valori.
Anche -non solo questa è una spiegazione alla base dell’entusiasmo e dell’enorme impulso che un piccolo gruppo di studenti di O Sensei diedero alla diffusione dell’Aikido nei suoi primi periodi.
In fondo, se siamo qui a parlarne, è perché qualche decennio fa alcune persone incontrarono un insegnante carismatico, videro ciò che faceva, come lo faceva e come lo comunicava, ne furono conquistati e ritennero di dover dedicare le loro energie per diffonderne gli insegnamenti.
Che cosa ha in mano l’Aikido oggi per espandersi? Che cosa c’è nella cassetta degli attrezzi degli insegnanti e delle organizzazioni?
Non abbiamo più certamente Morihei Ueshiba. Abbiamo I suoi discendenti che in qualche modo tengono accese le braci di quanto avviato da O Sensei.
Qua e là riverbera un modo di concepire la pratica e l’appartenenza alla propria organizzazione che dall’esterno ricorda più i film sullo shogunato che il Giappone reale di oggi. Segno che l’operazione di costruzione di una narrativa ha colpito nel segno, attraversando generazioni, culture e continenti.
C’è una riflessione da fare, tuttavia. Se è vero che di Morihei Ueshiba ne nasce uno ogni cento anni, è anche vero che la sua discendenza non può adagiarsi.
Non parliamo della sua discendenza di sangue. I suoi eredi sovrintendono la diffusione dell’Aikido in modo sistematico e decisamente ben strutturato.
La sua discendenza siamo tutti noi. Soprattutto se siamo in possesso di qualifiche tecniche di insegnamento.
Gestire un gruppo, una società sportiva, un’organizzazione, un settore Aikido di un ente o di una Federazione è molto complesso.
A volte tenere in piedi ciò che c’è sembra già un mezzo miracolo.
Ma è proprio questo il punto. Se all’origine di tutto Morihei Ueshiba si fosse limitato a curare il suo dojo, tutto questo non ci sarebbe.
Svolgere le nostre mansioni, per quanto con cura e con fatica, non garantisce automaticamente il passaggio del testimone. Non assicura ad altri ciò di cui noi stessi abbiamo beneficiato e beneficiamo.
Se aggiungiamo la tendenza, tipicamente occidentale, di demandare a non meglio definite “istituzioni” il compito di fare in modo che questo passaggio avvenga, come se si trattasse di un intervento magico di una mano invisibile, capiamo che il rischio di tagliare il filo che collega l’origine al futuro è alto.
Recuperare l’estetica, far emergere l’armonia dal rigore di uno studio dedicato è compito primario di ogni praticante, soprattutto di ogni insegnante.
Saper comunicare, consapevolmente, attraverso i canali della cultura e delle emozioni, andando a parlare un linguaggio adeguato ai tempi e alle sensibilità della società di oggi -e non di quella di Ueshiba–è altrettanto fondamentale.
Creare le basi perché la proposta dell’Aikido sia funzionale alle esigenze della società, è altrettanto importante.
Questi due punti possono -nella nostra opinione ed esperienza: devono– essere facilitati dalle strutture organizzative del movimento. Ed è quello che si sta facendo in Federazione.
Ma in generale questi ingredienti possono essere utili per realizzare una nuova fase di espansione nel momento in cui si inizia a percepire la necessità di mettersi all’opera per una causa più grande. Che non nega il dojo né l’insegnante di riferimento ma lo trascende.
Costruire il futuro significa riscoprire nel passato ciò che ha reso possibile il presente per noi.
