L’altare di Morihei

Quando qualche tempo fa abbiamo visitato i villaggi indigeni del Chiapas, in Messico, siamo stati meravigliati dalla presenza di altari in ogni casa. Come se la gente volesse riprodurre a casa la sacralità delle chiese del posto, garantendosi la protezione di Dio e dei santi. Questi altari erano così ricchi e brillanti -se paragonati poi alla povertà delle case. Circondati da candele, pieni di statuine, dipinti, foto di parenti morti, foto di nipotini, figli, sorelle, fratelli…

Un incredibile mix di credenze, radicate nei culti precolombiani e in qualche modo adattati al cristianesimo.

Funziona così più o meno ovunque nel mondo. Ricordo ancora alcuni miei parenti nel sud dell’Italia, che avevano in un angolino delle loro stanze piccoli altari per le loro preghiere.  Stesse foto, stessi dipinti, stesse statue.

Non importa che il popolo giapponese sia il risultato di una miscela religiosa tra Shintoismo e Buddismo. Loro possono rivolgersi in preghiera ai loro kami, spiriti Shintoisiti e, contemporaneamente, credere che quando qualcuno muore, diventa un hotoke, un altro Budda.

In quel momento, quella persona completa il suo stato di illuminazione e raggiunge un definitivo stato di perfezione. Questo è quello che credono avesse raggiunto Budda in persona.

C’è qualcosa che supera ogni barriera nell’umanità. Qualcosa che ci ricorda che siamo tutti uguali.

Tutte le tradizioni credono che deve esserci qualcosa dopo la morte. Che le nostre relazioni non vanno perse. Che non si interrompono.

E sì, c’è anche talvolta la cattiva abitudine che fa sì che le persone cambino radicalmente la loro opinione di una persona solo perché è morta.

Di solito la trasformano (o la deformano?) in un santo. Solo perché è morta, senza preoccuparsi di cosa e di chi fosse da viva.

Per fortuna, se questa evoluzione accade e l’individuo giunge ad uno stato di maggiore realizzazione, questo non accade in funzione del giudizio delle persone.

Oggi, le comunità in cui si pratica  Aikido commemorano la morte del fondatore Morihei Ueshiba, morto il 26 aprile 1969.

Certamente questa data può essere definita come il suo dies natalis (giorno di nascita), come la tradizione cristiana è solita definire il giorno della morte.

Con altrettanta certezza, possiamo dire che è un kamihotoke. Ma non nel senso di renderlo qualcuno o qualcosa che lui non è mai stato: un idolo, una divinità, la sorgente ultima di ogni verità: non sarebbe rispettoso né nei suoi, né nei nostri confronti.

Piuttosto nel senso di una persona che si è sforzata nella sua vita di cercare e vivere secondo la verità, con ogni sforzo. Mostrandosi paziente ma non condiscendente verso i suoi limiti e cercando di fare quanto possibile per fornire al prossimo quegli strumenti di ricerca per poter vivere una vita densa e ricca di significato.

 

Disclaimer Photo by Jan Gottweiss on Unsplash

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