Il mondo come volontà e rappresentazione: cosa ci insegnano le scadenze

Nel 1819 il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer pubblicava “Il mondo come volontà e rappresentazione”.

Nel suo lungo saggio, il filosofo argomentava la sua tesi di fondo, cercando di dimostrare come quello che chiamiamo mondo sia in realtà una rappresentazione, un flusso incessante di fenomeni. Al contempo, l’essenza di tale flusso fenomenico coincide con la volontà.

In questo post non è interessante parlare di Schopenhauer, dell’influsso su di esso esercitato da Kant o dal pensiero teosofico induista: per questo ci sono i testi di filosofia, per chi è interessato.

Sembra piuttosto utile notare come in tanta parte della nostra esistenza questa concezione emerga con forza in ambiti che ne sembrano lontanissimi.

Ci sono mesi come questo, a cui per motivi diversi ma fondamentalmente simili possiamo aggiungere settembre, dicembre e gennaio, in cui il mondo del lavoro letteralmente impazzisce per via di ineluttabili scadenze.

Le scadenze sono punti di verifica, dalle regole più o meno barocche. E come tutti i punti di controllo, determinano contemporaneamente una dualità tra controllante e controllato, oggettivano una performance, portano ai limiti la zona di comfort in cui chi lavora è abituato nel fluire placido della routine quotidiana.

Nei tanti progetti che ho visto fin qui, da quelli tutto sommato piccoli a quelli incredibilmente complessi, ho sempre notato la presenza contemporanea di elementi interessanti.

I progetti nascono da una volontà, non sempre analiticamente chiara, rappresentata da uno o più soggetti attraverso una narrazione descrittiva in cui convergono forme di narrazione tecnico scientifiche, economiche, finanziarie, sociologiche e così via.

I progetti sono una descrizione di un ponte gettato per colmare il vuoto tra il desiderio e il suo soddisfacimento: sovente rappresentato dalla soluzione di un problema a fronte del successo economico di uno o più soggetti.

La rappresentazione del fluire del progetto è descritta minuziosamente in pagine e pagine di documenti incredibilmente densi di formalismi scientifici ed economici. Le persone ed i profili che concorrono nella narrazione al successo dell’iniziativa sono spesso descritti come cavalieri senza macchia di questa o quella branca del sapere umano.

Basta guardare i profili di LinkedIn per capire cosa intendo.

Allora, perché quando si avvicinano le scadenze, immancabilmente queste narrazioni incredibilmente perfette si inceppano? Perché inizia il fuggi-fuggi generale di fronte alla responsabilità così tanto declamata nella pagine descrittive del progetto?
Perché le consegne dei materiali per le scadenze latitano, gli impegni presi generano ritardi e sforamenti?

Ho notato una tendenza costante, in tutti questi anni. Quasi tutte le aziende e i centri di ricerca con cui ho lavorato individuano uno o più parafulmini su cui scaricano ogni responsabilità.
I quali parafulmini, fintantoché le scadenze sono ancora lontane, giurano e spergiurano di essere “sul pezzo”. Salvo poi arrivare al completo burnout all’avvicinarsi del punto di non ritorno.

Il mondo del lavoro, con la maschera collettiva sociale che comporta, è la parte preponderante delle ore di veglia della vita adulta. Ed è un mondo in cui la “rappresentazione”, intesa alla Schopenhauer è maggioritaria. Come notava David Graeber qualche anno fa:

Se qualcuno avesse progettato un sistema del lavoro fatto su misura per salvaguardare il potere del capitale, non avrebbe potuto riuscirci meglio. I lavoratori veri, quelli produttivi, vengono spremuti e sfruttati implacabilmente. Gli altri si dividono tra un atterrito strato di disoccupati, disprezzato da tutti, e un più ampio strato di persone che in pratica vengono pagate per non fare nulla, e che ricoprono incarichi progettati per farle identificare con i punti di vista e le sensibilità della classe dirigente (manager, amministratori eccetera) – in particolare con le loro personificazioni economiche – ma che al tempo stesso covano un segreto rancore nei confronti di chiunque faccia un lavoro provvisto di un chiaro e innegabile valore sociale.

Ovviamente la rappresentazione, la maschera, fa il paio con la volontà di accettarla.

Da qui la tendenza a certo “volontarismo”, a pensare che tutto possa essere risolto con lo sforzo, con la volontà. Inutile e quasi patetico tentativo di non accettare l’inevitabile frustrazione di ogni direzione velleitaria.

Ho il sospetto, in realtà la certezza, che noi portiamo le caratteristiche tossiche del mondo del lavoro anche nelle altre sfere della nostra esistenza. La statistica purtroppo non ammette deroghe: se lavoriamo 8-12 ore al giorno, è difficile che la nostra attitudine scompaia altrove.

E così diventa abbastanza facile portare a casa le nostre maschere, pensando (e addirittura esigendo) che quelle altrui scompaiano con un click mentre le nostre possono stare sopite.

E’ un attimo indossare la maschera del monaco zen imperturbabile al dojo, rappresentando quello che ci piacerebbe essere. Non è un male. Solo che basta prospettare la scadenza di un esame (o il suo rimandarlo a data da destinarsi) per vedere come l’imperturbabilità non sia altro che una rappresentazione. Un’ulteriore separazione dalla verità su noi stessi.

La nostra società è davvero imbevuta del pensiero di Schopenhauer. Anche perché offre una comoda via di uscita, quasi una giustificazione per il nostro essere inconcludenti, al limite falsi.

Siamo qualcosa di più. A noi scoprirlo liberandoci non dal Velo di Maya, ma dalle maschere, dalle ipocrisie che ci fanno esistere e non vivere.

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