Violenza di genere: quale difesa personale?

Quasi ogni giorno, i quotidiani riportano un desolante elenco di notizie di episodi di violenza nei confronti di donne e minori. Non sta a noi stabilire se questo flusso continuo di notizie sia offerto dai media con lo scopo di aumentare le vendite o le visualizzazioni facendo leva sul sensazionalismo indignato o se ci sia in effetti un qualche riverbero di coscienza civile anche nel mondo del giornalismo.

Rimane il fatto che la violenza di genere e in special modo la violenza sulle donne è una piaga orribile della società in cui viviamo. La violenza è sempre ingiustificabile. Se perpetrata su un debole è un crimine mostruoso.

La dimensione del fenomeno è preoccupante. L’ISTAT restituisce una fotografia di chiara interpretazione: nel corso della propria esistenza, quasi una donna italiana su tre è stata vittima di violenza (psicofisica e/o sessuale). I dati, purtroppo, sono in linea con quelli monitorati dall’osservatorio della Commissione Europea.

La violenza si svolge in maniera preponderante negli ambienti domestici e nelle dinamiche familiari, il che significa che sono in netto aumento gli episodi di violenza cui assistono i minori, con tutto ciò che ne consegue.

Di fronte a questo fenomeno si assiste anche -e per fortuna- ad una serie di iniziative per cercare di contrastare il fenomeno che, come un cancro, si annida nelle pieghe delle giornate ordinarie: dall’ambiente di lavoro allo sport, dal cyberspazio alla scuola e così via.

Nel nostro piccolo, siamo membri del pool di esperti che cercherà di fornire linee guida per l’utilizzo della tecnologia in ambiente domestico per la prevenzione di situazioni potenzialmente pericolosi.

Dal nostro punto di osservazione, si assiste a un purtroppo inevitabile scollamento tra il mondo delle leggi e la realtà. Non solo perché la giurisprudenza in qualche modo insegue la realtà, cercando di fornire alla società strumenti per poterla normare all’interno della società. Ma soprattutto perché il fluire degli eventi richiede all’individuo, specialmente alla vittima, risposte nel qui ed ora.

Quindi, a fianco di una continua e progressiva campagna di informazione sui diritti e sulle possibilità concrete di cui le vittime dispongono per cercare protezione e per contenere la persona violenta, si nota anche un variopinto campionario di reazioni al fenomeno.

Nella prospettiva delle Arti Marziali, per esempio, si nota un preoccupante e continuo proliferare di iniziative, di corsi, di metodologie, volti a veicolare un non meglio definito concetto di difesa personale.

E’ un fenomeno che definiamo preoccupantenon perché sia negativo il concetto di difesa personale; piuttosto lo è la pretesa illusoria di affrontare il complesso discorso della difesa personale esclusivamente attraverso tecnicismi.

In altri termini e detto con maggior chiarezza: prospettare a chiunque l’idea che sia sufficiente un corso di qualche lezione per trasformarlo nel guerriero perfetto è intellettualmente scorretto ed eticamente riprovevole.

Dal punto di vista sociale, inoltre, è pericolosissimo. Perché percorsi simili richiamano generalmente persone in cerca di maggiore sicurezza. A fine corso ne potranno ostentare l’immagine ma non la sostanza e quindi, generalmente finiranno fatalmente in due possibili direzioni. La vittima sarà ancora più vittima, perché la finta sicurezza svanirà come neve al sole, facendola piombare in un abisso più profondo. Oppure la vittima diventerà carnefice a sua volta, scatenando una sorta di guerra preventiva nei confronti di chi giudicherà come potenzialmente pericoloso. I dati sulle vendite dello spray antiaggressione ne sono una conferma.

Nel recente passato abbiamo avuto il piacere di collaborare attivamente nel progetto della Palestra dei Diritti, una felice intuizione del Maestro Fulvio Rossi che in questi anni si è prodigato per offrire gratuitamente ad un’utenza femminile dei corsi di formazione che tenessero conto non soltanto della prospettiva del Metodo Globale di Autodifesa ma degli aspetti psicologici, giuridici e legali connessi al fenomeno della violenza, con una speciale cura verso la prevenzione e l’informazione dei diritti.

Il nostro gruppo ha contribuito a questa iniziativa portando la prospettiva della metodologia CON3, ovvero “Congedo conscio del conflitto”, sviluppata dal Maestro Marco Rubatto.

Quello che possiamo offrire, da persone che vivono nelle Arti Marziali, è una pratica che aumenti la consapevolezza. Del proprio movimento, del proprio pensiero, del proprio interagire in mezzo alle persone, nello stress.

Insegnare/imparare a spaccare un braccio non è complesso: si può fare in una sola lezione. Ma è davvero questo quello che desideriamo? Risolvere problemi nella società, aumentandoli?

Oppure…Desideriamo far leva sulle paure per avere tanti iscritti?

In che società desideriamo vivere e che cosa siamo disposti a fare per costruirla e preservarla?

Il prossimo 25 novembre la società civile è chiamata a celebrare la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E’ l’ennesima vuota retorica istituzionale, dettata dall’esigenza di lavarsi la coscienza in fretta o è davvero l’occasione per guardare con occhi diversi a questo fenomeno?

Il Dojo Hara Kai organizzerà il 25 novembre una serata di pratica sul tema della forza dello Yin. Anche il corso Novum Experience nell’allenamento del lunedì 25 svilupperà un percorso tematico sul “genio femminile”.

Perché quello che possiamo fare è continuare stare inerti di fronte agli eventi o provare a dare il nostro contributo perché noi possiamo cambiare. In meglio.

 

 

 

   Send article as PDF   

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.