Nell’immaginario comune, la devozione è una caratteristica che affascina. Un’attitudine che suscita ammirazione, rievocando quella totalità, quella pura abnegazione che tanto ammiriamo e che tanto faticosamente riusciamo, talvolta, a esprimere nelle nostre giornate.
Ha senso parlare di devozione, nelle discipline marziali? È un valore? E se sì, a che condizioni?
Per rispondere a queste domande e farci sopra qualche piccola riflessione, partiamo dal termine stesso. Devozione è una parola che affonda il suo significato nel culto religioso: l’offerta degli antichi Romani agli dei per ottenerne il favore.
Il significato, che per altro è trasversale all’esperienza spirituale e religiosa di tutte le epoche, rimanda al sacro, alla donazione di qualcosa -o tutto- di sé per qualcosa o qualcuno che è trascendente e con cui si ha una relazione.
A un livello molto più materiale, le nostre esperienze sono punteggiate di esempi di dedizione. Una mamma si dedica con totalità al bambino. Insegnanti, medici, infermieri, forze dell’ordine, volontari del soccorso… Tante persone finalizzano le proprie energie e le proprie esistenze a cause nobili.
Accade anche nelle discipline marziali? Certo, anche se con minor evidenza. Eppure, se esistono società e associazioni sportive che riescono a offrire stabilmente sul territorio corsi di Arti Marziali, è perché ci sono moltissime persone che dedicano una parte consistente della propria esistenza per diffonderne i principi. Per contribuire all’educazione dei giovani. Per condividere una passione che migliora sensibilmente l’esperienza quotidiana di giovani, adulti e senior.
Nell’ordinamento giuridico, queste persone sono “operatori sportivi”. Una parte di questi percepisce un compenso, di fatto orario o forfettario. Da qui consegue che per fare di questa professione un lavoro di cui vivere, bisogna aumentare le ore di insegnamento. Quindi ampliare i numeri, moltiplicare i corsi e avere una continuità negli anni.
Per poter letteralmente campare, un insegnante di Arti Marziali deve quindi coniugare il sacro della sua dedizione col profano della sostenibilità. Di questi tempi, sostenibilità significa saper destreggiarsi in quel po’ di comunicazione, promozione e diversificazione che consente di essere scelti sul mercato del tempo libero.
Forse anche per questo motivo, esiste un piccolo gruppo di insegnanti che ha lasciato tutto per dedicarsi all’insegnamento. Come ogni atto radicale di devozione, questo tipo di scelta porta con sé incomprensioni, anche nel nucleo delle relazioni familiari. Le ovvie ripercussioni economiche di chi lascia un’occupazione “certa” per dedicarsi a questo tipo di attività, aumentano solitamente il ronzio di critiche e le difficoltà quotidiane.Una di queste è che il servizio, uno dei frutti della totalità della scelta, viene speso frainteso.
Ci sono Dojo in cui l’aspetto della sostenibilità viene di fatto spalmato e distribuito sulla comunità di persone che ne fa parte. Per alcune di queste persone è un modo di sostenere l’insegnante e di riconoscere che la sua scelta porta benefici nelle vite del gruppo. Altre sono indifferenti a questo aspetto.
Ora, questi livelli di devozione esercitano un fascino particolare, esattamente come si diceva all’inizio. Molto spesso attirano, accendono la passione e stimolano un meccanismo fecondo di imitazione. Non è un caso che insegnanti che hanno questo fuoco diano origine a loro volta a schiere di insegnanti che ne continuano l’attività.
Però è proprio qui che rischia di annidarsi un fraintendimento sottile e pericoloso. La totalità della devozione non riguarda di per sé l’aspetto tecnico e didattico. L’imitazione di un esempio è un conto, continuare a sviluppare i doni ricevuti dai propri insegnanti è un altro e copiare l’aspetto esterno lasciando da parte tutto il lavoro (e le scelte) interne, è ancora un altro.
Nelle varie esperienze marziali e in particolare nell’Aikido, si vedono molto spesso cloni, meno spesso “figli”. E anche tra quelli che si considerano legati da una sorta di generazione avvenuta sul tatami, si notano relazioni non sempre funzionali. Ambivalenze, manipolazioni, chiarezza a sprazzi, sottili giochi di ruolo all’interno certo di pratiche continue, riconoscimenti di gradi e di titoli.
Sarà che anche nelle famiglie “carnali” si vivono tante disfunzionalità. Sarà che una disciplina marziale è un percorso evolutivo di scoperta e accettazione del limite. Sarà che definitività e totalità spaventano in una società incredibilmente liquida.
Allora bisogna forse riportare al centro non solo la persona in generale, ma soprattutto, per quanto riguarda le Arti Marziali, l’allievo. Per quello che è.
Nell’Aikido, in particolare. Una disciplina che può e deve offrire il suo grande potenziale a tutte le fasce di età. Un’attività che non lascia in panchina nessuno. E che quindi necessita di un approccio attento e dedicato da parte di insegnanti preparati e devoti, sì.
Ma non perché sia necessario mollare tutto per insegnare ma perché è fondamentale trovare un equilibrio che consenta di capire quanto e come di sé si può donare agli altri. Alla reciproca parte “sacra”.
Diversamente si diventa clonatori di percorsi altrui e si impone, senza rendersene conto, una devozione alla tecnica e una totalità che l’allievo non può avere. Che non deve avere, perché lui è lui e l’insegnante è un’altra persona. Ma che può nel tempo sviluppare così come può anche legittimamente continuare una frequenza al corso perché…
Perché si trova bene, perché si sente benvoluto, perché ci sono i suoi amici, perché si sente più sicuro… Vai a sapere. I perché degli studenti non sono i perché degli insegnanti e sta a questi ultimi comprendere i primi, perché i primi possano lentamente intuire ciò che gli insegnanti indicano.
La devozione è un valore, dunque? Sì, a condizione di capire che cosa sia veramente e quanto ci metta in contatto con la parte più vera di noi.
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