Quando sul tatami un uomo incontra una donna virile

Succede con una certa frequenza di imbattersi in ragazze e donne che colpiscono per i loro atteggiamenti, modi di esprimersi e di relazionarsi che eufemisticamente potremmo definire “poco femminili”.

Così come accade nelle varie situazioni della vita, succede talvolta anche sul tatami di imbattersi in situazioni che sono di non facile gestione. Vorremmo in questi due post complementari offrire una riflessione scritta a quattro mani, che guardi a questo fenomeno tanto dalla prospettiva di un uomo quanto da quella di una donna. Per giungere poi ad alcune conclusioni che possano servire per vivere in modo più consapevole e responsabile tali momenti.

VISTO DA LUI

Che reazione scatena in un uomo un maschiaccio?
In una fase adolescenziale -che non è detto che si concluda col raggiungimento della maggiore età- può anche attrarre. Come per reazione all’ambiente in cui sei cresciuto e in cui hai fatto esperienza della tranquilla femminilità di mamme, zie, nonne e maestre, puoi anche essere attratto da una persona di sesso opposto che parla come uno scaricatore di porto, picchia come un fabbro e gioca a calcio con i tuoi amici nell’intervallo. Lì per lì può essere pure divertente.

E’ un po’ meno divertente invece trovarsi tra le grinfie di una persona con queste caratteristiche sul tatami.
E, siccome il tatami è un piccolo spicchio del vasto palcoscenico della vita, in generale non è proprio così piacevole interfacciarsi con delle presse idrauliche travestite da donne. Nel lavoro, nel tempo libero, nelle relazioni.

Può darsi che siamo un po’ tutti vittime degli stereotipi. Da uomo, però, non è che pretenda di aver a che fare con degli angeli scesi sulla terra a mostrare un po’ di grazia al genere umano. So bene che nella mentalità maschile ancora troppo diffusa, la donna viene vista da molti come un bell’oggettino che fa piacere vedere, mostrare, possedere.

Al netto di tutto questo, però, la bellezza di qualsiasi incontro è poter integrare le ricchezze e le diversità di ciascuno, superando i limiti reciproci.

Se un maschio medio si depura dalla sua grezzezza e una femmina media evita di usare la sua femminilità come strumento di controllo, possono succedere delle cose interessanti.

Se però, di fronte, ti trovi la brutta copia di uno stereotipo maschile dentro un corpo femminile, iniziano i problemi.

Aggressività, uso eccessivo della forza, a volte scurrilità. Il tutto farcito di quel tipo di prestazionalità che profuma tanto di esibizionismo, di esigenza di mostrarsi “di più”. Di te, di un’altra persona, dell’universo intero.

Questo fenomeno porta ad inevitabili reazioni, perché è trasversale. Dal tatami al lavoro alla vita di tutti i giorni.
La prima reazione è quella di ricacciare con forza la brutta copia di uno stereotipo nel suo stereotipo. L’istinto di sopraffazione e di dominazione viene incredibilmente sollecitato.

Al contempo, però, siccome sul tatami questo tipo di linguaggio è mediato dal corpo, la reazione principale è quella della tecnica tirata per far male. Per ristabilire le gerarchie.

La reazione diametralmente opposta è parimenti possibile. Personalmente è quella che mi accade più spesso. Non capacitandomi di come sia possibile incontrare una donna con tali atteggiamenti, rimango incredulo di fronte a tanta violenza. E questa incredulità mi blocca, rendendo la “comunicazione” impossibile.

Quando intravvedo una minima chance di poter dialogare, provo a dare dei piccoli rimandi, sia a parole, sia applicando la tecnica in maniera dolce e non per questo inefficace.

Raramente funziona.

Il più delle volte sembra che l’unico linguaggio comprensibile sia quello della sopraffazione fisica.

Il che per me è una sconfitta. Perché mi sono decisamente chiare alcune considerazioni.

La prima: chi ha bisogno di rifugiarsi nell’ostentazione della supremazia (e della supremazia prestazionale) è generalmente una persona che trova in quel modo uno sfogo alla propria immatura insicurezza. Esattamente come chi cerca la conflittualità come scorciatoia per esprimere una qualche forma di identità.

La seconda: come appartenente al genere maschile non posso che sentirmi corresponsabile della degenerazione del “genio femminile” in una sua caricatura.

Permettere che le donne siano concepite come oggetto, così come acconsentire all’equivoco tra uso strumentale della sessualità e femminilità, è una precisa responsabilità maschile. Un maschio insicuro e che “picchia” sul tatami una donna, crea una risposta sbagliata. E, nel tempo, genera mostri. Perché il tatami è solo uno spicchio della vita di una persona e quindi “là fuori” è difficile che ci siano atteggiamenti diversi.

La terza e più personale: l’indifferenza come risposta non è onesta. Dietro il mio bloccarmi e il mio non sapere essere creativo in questa situazione di conflitto, può esserci tanto la consapevolezza dell’impossibilità reale di poter fare la differenza in quel momento, quanto anche il modo più opportunista di lavarmi le mani della condizione di una persona in evidente necessità di supporto.

In conclusione, a suo modo, dal punto di vista maschile, sotto la punta di un iceberg incredibilmente irritante può nascondersi l’opportunità di saper indagare sulla propria capacità di flessibilità e di reale integrazione. Dal mio punto di vista, può nascondersi la possibilità di riscoprire e ristabilire le polarità corrette su cui è stato impostato l’essere umano. Polarità creatrici di vita a condizione che siano onorate e rispettate con sincerità.

Una sincerità ontologica che tenga in considerazione -e valorizzi- chi sono io e chi è la persona che ho di fronte, nel profondo, non a livello superficiale.

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