La preparazione fisica nelle Arti Marziali: il Re Nudo

Il tema della preparazione fisica negli sport da combattimento, in cui la legge italiana (e non solo) inquadra le discipline marziali, è stato al centro di un recente incontro di formazione per i tecnici della FIJLKAM.

Abbiamo avuto il piacere di poter conoscere in questa sede Massimo Montecchiani, un esperto in Scienze Motorie che vanta un’esperienza e un curriculum di tutto rispetto, dalla docenza universitaria presso l’Università di Roma 2 – Tor Vergata alla preparazione degli atleti delle nostre nazionali di Judo e Karate. Grazie alle sue competenze, è una delle persone di riferimento per la formazione federale e di enti di promozione sportiva come la UISP.

Durante l’incontro abbiamo avuto la piacevole sensazione di essere parecchio ignoranti rispetto alla materia trattata. Ovviamente un docente di Scienze Motorie possiede nozioni e competenze sulla biomeccanica del corpo umano che sono frutto di studio specialistico e di esperienza sul campo.

Quindi, sicuramente per noi, poter beneficiare di una formazione di questo livello, è un arricchimento di cui siamo grati all’organizzazione e che certamente non può che far bene alla nostra pratica e alla qualità dell’insegnamento.

Grazie anche ad una sessione di dimostrazione pratica, sono emersi alcuni aspetti su cui vale la pena soffermarsi per fare qualche riflessione.

La premessa, nota, è che viviamo in un sistema sociale in cui lo Stato promuove la pratica sportiva in maniera indiretta. C’è il CONI, ci sono le varie federazioni, gli Enti di Promozione Sportiva: strutture che in qualche modo facilitano la diffusione della cultura sportiva, l’individuazione dei talenti e la loro emersione sulla scena nazionale e internazionale. Tuttavia, la base del movimento sportivo è di fatto di stampo associazionistico. Il motore è la passione dei singoli cittadini che si ritrovano, sotto il cappello solitamente di una Associazione Sportiva Dilettantistica e che, bene o male, mandano avanti le attività sportive e di benessere dalla base.

In questo “zoccolo duro” si trova di tutto. Da questa base evolvono le traiettorie degli atleti professionisti, poi assorbiti in strutture iperspecialistiche. In questa base rimangono i più, a livello amatoriale o agonistico, uniti tanto dalla passione quanto dalla dimensione dopolavoristica (o quantomeno non professionista).

Non è raro incrociare, nell’ambiente associazionistico, persone che hanno come faro della propria esistenza la propria passione (sportiva, in questo caso). Con un’intensità, intenzione e spesso ritmi non dissimili da quelli di un atleta professionista.

Tuttavia, anche se siamo fortunatamente all’alba di una nuova era in cui iniziano a comparire docenti professionisti (= che possiedono le qualifiche per poter dedicare la vita esclusivamente all’insegnamento) nel settore delle Arti Marziali, a livello numerico sono ancora maggioritarie le situazioni in cui i corsi sono organizzati e gestiti da volonterosi responsabili che curano ogni aspetto della formazione (preparazione atletica, tecnica, educativa, psicofisica, relazionale, etc.) basandosi sull’esperienza derivata dalla propria gavetta.

Non mancano per fortuna situazioni in cui alcune realtà si aprono a competenze trasversali, quali ad esempio quelle che vengono dal mondo delle Scienze Motorie o della Medicina dello Sport o delle Scienze dell’Alimentazione e dell’Educazione. E molto si fa per formare costantemente i tecnici, aumentandone le competenze.

Tuttavia, l’esperienza del prof. Montecchiani ha in qualche modo messo luce su alcune zone d’ombra.

Gran parte degli esercizi a corpo libero che ciascuno di noi, nella sua storia di marzialista, è stato invitato (obbligato?) a ripetere fino allo stremo, sono risultati fisiologicamente sbagliati e dannosi. Chi di noi non si è devastato con ripetizioni di addominali a sforbiciate, per esempio?

Se viene riportato che atleti di livello olimpico hanno generalmente problemi di scarsa mobilità articolare nelle catene tibiotarsiche perché l’aspetto agonistico della gara viene iperallenato (per esempio per un calcio) e se è noto che questa impostazione porta a problemi posturali e gravi rischi per le articolazioni e il sistema muscolo scheletrico…

…Allora vuol dire che l’impostazione del lavoro che si fa sul tatami deve essere quantomeno ridiscussa. A tutti i livelli.

La maggiorparte di noi, utenti o docenti in un corso di Arti Marziali, non sarà mai esperta di preparazione fisica né avrà mai a disposizione le risorse e gli strumenti con cui sono seguiti gli olimpionici MA almeno siamo consapevoli di questo e quindi con tanta umiltà, se possibile, abbiamo il dovere di formarci e, quando ne abbiamo l’occasione, di collaborare con persone più esperte di noi in questo campo.

La maggiorparte di noi, storicamente, è stata oggetto di una formazione, specie nel passato, improntata a metodi duri e, diciamolo, piuttosto violenti. Spesso incuranti delle dimensioni psicofisiche. Il tutto scopato sotto il tappeto del “in fondo è un’Arte Marziale”, la scusa “asso-pigliatutto” con cui si coprono anche le peggiori manipolazioni e incapacità.

Questi due aspetti, ovvero una preparazione fisica approssimativa e spesso impostata in modo non corretto e una formazione acritica rispetto alle finalità della disciplina studiata, in qualche modo hanno creato e consolidato nel tempo una “cultura”. Quel “si è sempre fatto così” che se da un lato ha permesso di tramandare la forma della tradizione, dall’altro ha anche consentito nei nostri ambienti la sopravvivenza, quando non il proliferare, di prospettive spesso più machiste che marziali, creando false certezze, sicurezze basate su eccessivo uso della forza e non contribuendo ad uno sviluppo armonico della persona.

La maggiorparte di noi, in ultima analisi, è e rimane ad un livello hobbistico della pratica, perché per quanto questa sia magari anche l’elemento più importante delle nostre giornate, è incastonata in un’agenda fitta di altri impegni e, percentualmente, riguarda una parte minoritaria della nostra giornata.

Molti di noi hanno incominciato (o ricominciato) ad un’età tale per cui grossi miracoli, dal punto di vista fisico e posturale, non possono essere fatti. E tutti noi invecchiamo.

Allora che tipo di riflessioni possono emergere da queste analisi?

Se il “marzialismo d’accatto”, fatto di ripetizioni ossessive di gesti fisici essenzialmente scorretti e dannosi è sbagliato, la reazione non può essere solo una pratica non meglio identificabile come “dolce”, che non punti anche ad una cura competente degli aspetti fisici e del potenziamento del sistema psicofisico di ciascuno, date le sue peculiarità.

Senza dubbio, considerare che gran parte dei nostri movimenti è di fatto costituita da una pratica amatoriale aiuta a non prenderci troppo sul serio, soprattutto quando ammantiamo l’amatorialità di una pseudo facciata di falso professionismo. Questo, insieme alla buona volontà, che è l’ingrediente base di ogni buon percorso, è un requisito per migliorare sul serio, prendendo contatto con quello che siamo, con la tipologia di utenza e le finalità reali dei nostri corsi e, auspicabilmente, costruire davvero con tanta umiltà e pazienza quella cultura del benessere psicofisico che sottende il concetto di “cultura sportiva” tanto caro alle nostre federazioni.

Lavorando (anche) sull’aspetto esteriore, fisico e tecnico, con competenza e progettualità, non solo si possono ottenere risultati migliori in termine di benessere quando non di prestazioni fisiche ma si può costruire anche una più corretta interpretazione delle finalità più alte delle nostre discipline, ovvero il lavoro su se stessi attraverso la relazione con gli altri nel rispetto assoluto della propria e altrui integrità.

Disclaimer Photo by Karsten Winegeart on Unsplash

 

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