Armonia, unione, aiki… Di che parliamo?

Imparare a camminare sul sentiero di una disciplina marziale è un’esperienza affascinante, non priva di fatica, talvolta.

Allenamento dopo allenamento il nostro sistema psicofisico si apre a dimensioni, movimenti, abitudini e prospettive di cui prima ignoravamo l’esistenza.

Lo stesso accade con le parole, con la terminologia e i concetti attraverso i quali comunichiamo verbalmente ciò che proviamo a mettere in pratica. Questo è un ambito in cui sorgono parecchie criticità: sia perché da bravi occidentali siamo abituati a schematizzare, concettualizzare e tentare di capire tutto prima ancora di farne esperienza diretta, sia perché i termini adoperati nella pratica e i concetti da cui derivano hanno come origine lingue e culture lontane dalla nostra.

Così non è infrequente trovare praticanti di arti marziali che, in modo sincero e convinto, ripetono frasi e parole dette dall’altra parte del globo, in altre lingue e in altri tempi. Col rischio di creare equivoci e fraintendimenti.

Una delle parole più “pericolose” è armonia.

Sappiamo che generalmente l’uomo occidentale è affascinato dalla rappresentazione del mondo orientale come una dimensione di rigore pulito, di gentilezza, di formalità decorosa. Luoghi e tempi dove tutto funziona bene. Dove l’uomo ritrova se stesso a contatto con la natura e attraverso determinate pratiche.

Per descrivere tutto ciò, noi usiamo un termine che deriva dal Greco, ἁρμονίζω, da cui  armonia, appunto.

Però… Quel termine originariamente significava “connettere, collegare, adattare, mettere qualcosa a fianco di qualcos’altro”.

Da questo punto di vista dovremmo ritenere quindi armonioso anche un cumulo di rifiuti uno addossato all’altro, un allevamento industriale di polli, un insieme di strumenti che suona contemporaneamente.
Eppure di norma tutti noi consideriamo come armonioso un giardino pulito, su cui magari razzolano delle galline in libertà con un delicato sottofondo musicale…

Che cosa serve dunque all’armonia per essere davvero tale?

Probabilmente quel concetto che riassumiamo con la parola “unione”.

Noi stiamo bene, proviamo generalmente piacere quando ci sentiamo immersi, ci sentiamo “uno” con quello che viviamo. In una relazione, in una famiglia, in un bel paesaggio, durante un’esperienza sensoriale…

Possiamo dire che siamo tendenzialmente attratti dall’armonia. E’ questo, non altro, che ci spinge ad uscire dal nostro guscio e “connetterci” ad altro. Ed è quello che una disciplina marziale punta a ottenere da ogni individuo; ogni allenamento mira a livello fisico a ingaggiare la persona in un percorso di connessione incrementale.

Tutto il nostro sistema si rende conto di quando avviene questo momento di totale unione, o se preferiamo dirla in Giapponese, di aiki. E’ una sensazione unica.

E’ una sensazione rara e che non viene “a comando”, noi possiamo soltanto predisporre il terreno con un lavoro costante perché questo accada. Con costanza, pazienza, fiducia allenamento dopo allenamento.

In questo modo l’armonia diventa una parola meno pericolosa. Il rischio di considerarsi come dei guru disturbati,  dei San Francesco con la cintura nera, si abbassa drasticamente se ci si mette all’ascolto di quella flebile voce che parla di bellezza e di unità e che si può cogliere mettendo a tacere tutto il resto.

 

 

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