Un week end da olimpionici – Il seminario nazionale FIJLKAM

Chi di noi, da bambino, non ha sognato almeno una volta di poter giocare nella propria squadra del cuore, da grande? O, vedendo qualche adulto, poter imitarne le gesta?

Poi il tempo è passato, non siamo diventati né astronauti, né calciatori né rockstar. E ci siamo risvegliati su un tatami.

Per chi pratica Aikido all’interno della FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali), il seminario federale annuale è l’occasione di fare un tuffo negli stessi ambienti e con gli stessi ritmi con cui si allenano i professionisti che partecipano alle Olimpiadi e ai vari campionati nazionali e internazionali.

In altre parole, il bambino che è in noi può sognare a occhi aperti se non di essere il nuovo Maradona nello stadio, almeno di vivere come un atleta professionista.

Il centro federale, come gli altri centri del CONI, è piuttosto vasto. La struttura ha l’indiscutibile pregio, rispetto ad altre, di trovarsi di fronte al placido mar Tirreno, a sud del Lido di Ostia.

La foresteria con, sullo sfondo, il palazzetto

All’arrivo, ogni anno, fa effetto il contrasto tra la dimensione del centro e quanto lo circonda. A nord un parcheggio e un lontano caseggiato, a est la ferrovia e una pineta, a sud e ovest dune, la litoranea e il mare.

Il bambino che è in noi si risveglia una prima volta: sembra di tornare indietro ai fasti di Italia ’90, alle grandi infrastrutture, agli investimenti per lo sport. A un’Italia che non c’è più (o che forse non c’è mai stata).

E in parte è così: la visione della dirigenza di allora ha creato una struttura che ospita un palazzetto dello sport, diverse palestre, una foresteria, un ristorante, un museo, una palazzina per uffici, un centro medico e tante altre piccole sorpese.

Qui è tutto pensato per chi fa attività marziale. Tante sale dove allenarsi, bacheche che informano gli atleti dei professionisti a disposizione (nutrizionisti, preparatori,…) e spazi comuni dove stemperare la tensione del pre-gara o semplicemente far passare il tempo durante i lunghi giorni della preparazione: ping pong, calciobalilla, biliardo.

 

Per fare sogni olimpici

Colpisce il contemporaneo senso di identità e di semplicità. I loghi federali e del CONI sono pressoché ovunque, dagli zerbini alle vetrofanie, dalle segnaletiche alle targhette su ogni porta, dalle circolari appese ai…copriletti. Ogni singolo oggetto è etichettato: le sedie, i tavoli, gli armadi (ok, questo serve per ottemperare alle disposizioni di contabilità sui cespiti, però è comunque strano). Le stanze sono spartane, pulite, con mobili che sono a volte testimoni silenziosi dell’adrenalina sfogata.
Dalle pareti, come nuovi don Rodrigo, siamo osservati dai poster dei campioni del passato e del presente. Ritratti sorridenti con le loro medaglie o nello sforzo estremo durante l’esecuzione che li porta alla vittoria. Questi volti ci osservano, come ci osservano i volti in carne ed ossa degli atleti che si trovano insieme a noi.

Nel ristorante (una mensa con un ampio refettorio) incroci i campioni di judo o di karate: disponibilissimi e “normali” (le virgolette servono per ricordare che non li atterreresti nemmeno con un bazooka).

E capita anche che, girando per il centro vestito per l’allenamento, il personale ti chieda perché non sei ad allenarti con gli altri azzurri… Questo è l’effetto perverso del vestiario dell’Aikidoka, che solitamente è costretto a indossare dei gi idonei al karate o al judo. A dire il vero è anche la prova che la persona che ha fatto quella domanda, in quel momento, non aveva gli occhiali e non ha fatto esattamente attenzione alla mia struttura fisica, non esattamente simile a quella di un olimpionico…

Quindi, la condivisione degli spazi, prima ancora dell’allenamento, ti fa sentire parte di qualcosa. Un qualcosa che può aiutarti a puntare all’eccellenza.

E questo è lo spirito che si percepisce anche nella pratica nelle ore del seminario nazionale. Un’eccellenza figlia dell’impegno e della dedizione a se stessi, maturata nella relazione con i compagni di pratica.

Certo, noi non abbiamo una dimensione di gara e di competizione. La pratica dell’Aikido può patire questo aspetto e generare degli “avvitamenti” interiori, delle vere e proprie autoreferenzialità. Pericolosissime e dannose (anche dal punto di vista fisico).

Però abbiamo la possibilità di entrare a contatto fisicamente con persone più o meno sconosciute, per ore e ore, nella ripetizione del gesto tecnico, senza mai scordarci chi siamo e perché siamo lì.

Il sombrero del PalaPellicone

Un’eccellenza che finalmente, anche in una disciplina meno popolata rispetto a quelle più “sportive” e quindi più foriere di eventi, medaglie e sponsorizzazioni, si sta manifestando attraverso un rigore professionale di un nucleo di tecnici e professionisti che coordinano le attività a livello nazionale. Un percorso di semina e di speranza che darà certamente frutti.

Concludendo: la partecipazione a questo tipo di eventi non solo riconcilia i sogni di un bambino cresciuto ma tiene accesi e alimenta i perché e i come senza necessariamente spegnere i sorrisi in nome di una qualche forma di competizione il cui lato sano è testimoniato dai ragazzi che con noi, per due giorni l’anno, vivono e si allenano nelle sale a fianco.

 

DISCLAIMER: Tra tutte le foto che ho fatto, non ne ho presa una della struttura dall’ingresso. L’immagine di copertina è tratta dal web: grazie all’anonimo autore.

 

 

 

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1 Comment

  1. Ellissimo le stesse sensazioni che ho provato anche io la prima volta e che ancora provo oggi.

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