Le frasi fatte nelle Arti Marziali

Oggi come oggi, possiamo dire che non esiste solo il bianco e il nero: ci sono tante sfumature di grigio. Prendiamo questo clima pazzo, per esempio: non esistono più le mezze stagioni. Certo, il condizionale è d’obbligo, perché esiste sempre un’eccezione che conferma la regola, come accadeva anche in tempi non sospetti in cui ci divertivamo con pocola verdura aveva tutto un altro sapore. Tutto questo crea incertezze, ma quando c’è la salute c’è tutto, anche se per un esame si paga un occhio della testa; del resto è tutto un magna magna. Questo lo dico non per i soldi ma per una questione di principio e siccome la matematica non è un’opinione, come del resto non c’è due senza tre, siamo tutti d’accordo a dire che allo stato dell’arte sarà difficile poter capire, di questo passo, dove andremo a finire.

Massimo Roscia, nel suo “Peste e Corna”, ha dissertato sui modi di dire più diffusi nella cultura italiana. Una lista di frasi fatte che tutti abbiamo sentito usare e che, a nostra volta, spesso usiamo nelle situazioni più diverse. Specialmente quando, pur non avendo niente da dire, il qualunquismo si impossessa di noi e iniziamo a non dire niente, pur parlando a lungo (come nell’esempio del primo paragrafo di questo articolo, che riporta in corsivo le “frasi fatte” più diffuse in Italia).

Succede qualcosa di analogo anche nel campo delle Arti Marziali? E’ molto probabile.

Ogni Arte Marziale sviluppa e rappresenta una simulazione di un conflitto. Questo è certamente vero in fase di allenamento ed è altrettanto vero in sede di kumite. Ci sono regolamenti, limiti, tecniche codificate: per quanto siano portate all’estremo, le tecniche rispondono ad un programma e a un inquadramento che fa sì che il tutto non scada in una rissa animale tra due o più criminali disposti a tutto. Almeno così dovrebbe funzionare il mondo delle Arti Marziali, sebbene la sportivizzazione delle attività abbia esasperato la competizione che spesso degenera in bagarre.

La simulazione del conflitto ha come laboratorio di studio il Dojo, il luogo “sicuro” in cui concedersi il lusso di studiare, studiarsi e capirsi nelle relazioni con i compagni.

Per studiare la “lingua” del Budo praticato è inevitabile partire da una “sillabazione” e da una “grammatica” che passa dalla ripetizione di movimenti e tecniche via via più complessi. “Forme”, ovvero kata che sono la base e la parte costante e preponderante degli allenamenti di tutti i marzialisti.

In un certo senso: esattamente come i bambini imparano per imitazione, lo stesso avviene per chi calpesta i tatami. All’inizio il bambino userà quattro parole con poca padronanza della grammatica e del significato. Dopo anni, il bambino, cresciuto, potrà essere il nuovo Dante Alighieri o potrà sedersi al bar per parlare delle “mezze stagioni”.

Le frasi fatte vanno benissimo: ammesso e non concesso di saper arrivare a pronunciare la frase “Non esistono le mezze stagioni”, se la guardiamo dal punto di vista grammaticale, è perfetta, ha senso e comunica qualcosa di reale.

Arrivare a padroneggiare con maestria le forme tecniche sarebbe già un grande risultato. E’ innegabile che molti di noi non siano nemmeno a quel livello.

Il punto è che le forme tecniche –le frasi fatte– non possono essere il solo vocabolario che usiamo per “dialogare” o per formulare un pensiero.

Ci è capitato recentemente di partecipare ad un seminar in cui i nostri compagni di pratica iniziavano a muoversi da soli, in un esercizio di connessione. Anche se noi (che avremmo dovuto guidarne il movimento), rimanevamo fermi.

Ma è tale l’abitudine alla “frase fatta”, a mentalizzare (e non comprendere), a ripetere (e non intuire) quello che il sensei propone, che perdiamo l’occasione di poter imparare una parola in più e iniziamo a riempire bocca, testa e tatami di “connessione”, “linea di centro”, “sanzionare”, “uke reattivo e sincero”, e così via.

Incapaci di scrivere i nostri pensierini o temi o poemi grazie alle competenze acquisite, bramiamo, più o meno legittimamente, a una maggiore libertà espressiva, finendo tuttavia col balbettare sempre di più pretendendo di essere dei grandi della letteratura.

Si tratta, probabilmente, di rendersene conto. Senza demonizzare il “sussidiario delle elementari” su cui tutti abbiamo imparato a leggere e scrivere. Senza accontentarsi di quel livello e senza diventare solo dei ripetitori di parole altrui.

Esercitarsi nella paziente comprensione delle basi giorno dopo giorno è il fondamento che abilita la ricerca di quella originalità e di quella libertà espressiva che spontaneamente emerge dalle tecniche. Il viceversa non accade e non può essere forzato. E’ un dato di fatto: la matematica non è un’opinione.

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