Quando l’autorevolezza è regale

Oggi in Giappone Naruhito viene incoronato e sale al trono di uno degli imperi più antichi ed evocativi della storia.

Discutendo della democrazia come forma di regolamentazione dei rapporti alla quale siamo abituati in occidente, Giovanni Sartori argomentava:

Certo, la democrazia non è soltanto votare ed eleggere. La democrazia è un sistema politico, un grande e complesso insieme di strutture, mentre il votare-eleggere è soltanto, di per sé, uno strumento di scelta dei capi: uno strumento usato da quando il mondo è mondo in alternativa alla successione ereditaria o al Faustenrecht, al diritto della forza, alla conquista del potere con la forza. Pertanto il votare-eleggere non ha, di per sé, nessun portato democratico. Il papa della Chiesa cattolica è eletto dal collegio dei cardinali ma resta un capo assoluto. Il votare-eleggere acquista un portato democratico se, e soltanto se, si inserisce in un sistema democratico che è reso tale da strutture limitative del potere che impediscono, appunto, che l’elezione crei un capo assoluto che tiene in sottomissione chi lo ha eletto.

Un po’ perché pratichiamo arti marziali nate e cresciute nella cultura orientale (specificatamente giapponese), un po’ perché la nostra natura di essere umani ci porta ad essere così, spesso uno dei demoni più difficili da combattere è quello dell’autorità/autoritarismo.

A fianco di numerosi sani esempi di vera e propria dedizione, in cui insegnanti e compagni si mettono a servizio disinteressato della reciproca crescita dentro e fuori dal Dojo, non si può negare che vi siano numerosi casi in cui al crescere del bagaglio tecnico e allo scurirsi delle cinture, crescano anche tentativi di affermazione  del singolo sul gruppo.

E’ sempre curioso notare come spesso, più ci si riempie la bocca di “giapponeserie” e di riferimenti ai samurai (侍) e al riferito sistema di valori, meno ci si ricordi che si è samurai se e solo se si “serve”. Letteralmente.

Servire se stessi rimanendo fedeli agli impegni presi. Servire i compagni, specie quelli che sono alle prime armi, ricordandosi della pazienza di chi una volta ha insegnato anche ai più grandi ad…allacciarsi le scarpe. Servire il gruppo, aiutando chi lo guida a creare l’atmosfera collaborativa giusta perché sia un luogo sereno, familiare, pulito e serio al contempo. Servire…la verità, provando a cercarla, viverla e a dirla nei momenti e nei modi opportuni, con carità.

Nella dimensione del servizio c’è un universo sconfinato di sfaccettature che possono essere esplorate.

Si ha invece la tendenza a dimenticarsene. Del resto si è inseriti in un meccanismo tale per cui un certo mix di resistenza, applicazione e continuità sono gli elementi formali per poter avanzare di grado, piano piano.

Paradossalmente e al limite: è sufficiente “resistere” per scalare verso destra la “piramide sociale”. Nella fila al dojo come nella società.

Si assiste così ad una situazione non così rara: scambiare il ruolo con la condizione e la condizione con l’essere.

Essere autorevoli significa servire: il riconoscimento dell’autorevolezza arriva dal gruppo, costantemente, attraverso la valutazione delle relazioni che in esso nascono e si sviluppano in ruoli che di solito sono netti. L’autorevolezza, come la spontaneità, non possono essere imposte né a se stessi, né ad altri.

Il fatto di trovarsi prima o poi nella condizione di essere tra gli allievi anziani,  in una visione molto giapponese ma contemporaneamente molto pericolosa, induce a pensare di essere automaticamente tra i “capi” di un qualche gruppo.

E a credere che il rispetto sia dovuto a prescindere, come a prescindere sia dovuto il riconoscimento dell’autorevolezza.

Solo che -per fortuna- essere davvero leader è qualcosa che risuona o meno in un gruppo. Puoi sforzarti di essere simpatico, di far notare quante tacche hai sul tuo stato di servizio… Se non sei riconosciuto dal gruppo puoi rassegnarti.

Un imperatore senza sudditi sarebbe ridicolo. Eppure è un po’ quello che accade quando il nostro ego ci convince che sia meglio indossare la maschera di un ruolo per convincerci che il nostro valore risieda in una funzione, guarda caso, di comando e non di servizio. Di supremazia e non di supporto.

L’imperatore in Giappone non è più considerato un kami, un dio vivente. E se ad un imperatore è parso opportuno e sensato smettere di ostinarsi a farsi considerare per quello che non si è, anche un semplice praticante di arti marziali dopolavorista può fare questo sforzo, ricordandosi che si è re nella misura in cui si regala agli altri qualcosa di sé.

 

 

 

 

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