Takemusu Aiki: la purificazione della volontà

Il Santo Graal delle Arti Marziali è, senz’ombra di dubbio, il raggiungimento della condizione in cui le tecniche sgorgano spontaneamente. Pulite, senza richiedere fatica, efficaci. Belle.

Questa condizione, nell’Aikido, è nota come Takemusu Aiki, l’Aikido che sgorga spontaneamente e liberamente.

Per chi è cresciuto guardando Ken il Guerriero, è un po’ come parlare di trasmigrazione attraverso Satori. Il sogno inconfessato di ognuno di noi.

Esiste una didattica o quanto meno un processo di facilitazione che consenta al praticante di fare esperienza, se non del Takemusu Aiki, quantomeno delle condizioni che ne favoriscono il palesarsi?

La risposta è sì. Nel Dojo in cui ci alleniamo facciamo spesso esperienza di percorsi di pratica che portano a tale esperienza. La modalità didattica è piuttosto semplice, il che, come sempre, non significa che sia facile o di facile attuazione.

Di fatto, si parte dall’ovvia considerazione che tutti siamo in grado di applicare una tecnica in un modo devastante. Devastante per il fisico, l’equilibrio e la sensibilità del malcapitato di turno. Si tratta quindi inizialmente di fare esperienza di una condizione in cui esiste soltanto non tanto il waza quanto il jutsu, l’applicazione della tecnica fine a se stessa. Insensibile rispetto al contesto.

Si passa poi ad un aumento della sensibilità: ripetendo i medesimi movimenti si giunge a sentire quanto si inizia a pregiudicare l’equilibrio fisico del nostro compagno di pratica. Si percepisce quel sottile confine che separa l’entrare in contatto con il centro del nostro compagno dal prevalere su di esso.

Il terzo livello di esperienza, al contrario dei primi due, presuppone che la tecnica avvenga in movimento. Prendere il centro e l’equilibrio del proprio compagno significa accettare di perdere il proprio.

Inizia così un movimento che pone fine alla dualità attaccante/attaccato.Questo movimento ha alcune caratteristiche:

  • è molto meno chiaro dal punto di vista della forma: il confine chiaro e preciso delle linee del kata si sfuma e si stempera a favore di una condivisione dei reciproci equilibri;
  • ha un chiaro inizio ma non ha una fine preordinata. Appare subito evidente, sia per l’osservatore esterno, sia per chi partecipa al movimento, se e quando questo fluire viene interrotto dalla chiara volontà di concludere la tecnica;
  • ha una durata estesa, molto più estesa della tecnica di partenza;
  • visto da fuori può sembrare una danza (noi dell’Aikido abbiamo le gonne e siamo quelli che ballano, si sa…)
  • quando si interrompe perché uno dei due cade, è una sorpresa per entrambi: la tecnica viene fuori con chiarezza, spontaneità e immediatezza.

Questo tipo di pratica serve quindi per imparare a riconoscere le qualità del Takemusu Aiki. Analogamente, serve per riconoscere alcune caratteristiche del modo tipicamente marziale di autosabotare le proprie esperienze e capacità.

Questa didattica, per esempio, impone una seria riflessione sui concetti di volontà e di finalizzazione.

La volontà indica, anche etimologicamente, un processo di scelta, mentre la finalizzazione pone una divisione tra un prima e un dopo.

In qualche modo, l’esperienza di un fluire più spontaneo delle tecniche necessita un cambiamento di prospettiva e una volontà ripristinata alla sua originale purezza, alla sua iniziale capacità di orientare le scelte.

Volere finalizzare una tecnica può essere utile per apprendere le linee principali di una forma. Ma di fatto implica una scelta frammentata o una scelta di divisione. Una frammentazione che, se rimossa, elimina gli ostacoli tra noi e l’esecuzione delle tecniche.

Si tratta di ristrutturare la prospettiva, mantenendo attiva la scelta (la volontà) di voler stare dentro il processo. Che fondamentalmente è l’unica opzione che onora la scelta di recarsi alla fine della giornata al Dojo. Accettando tanto la possibilità di fallire quanto quella di stupirsi. E di scoprirsi.

In tutti i casi: allenarsi esclusivamente alla finalizzazione è fondamentale, tuttavia rischia di essere parziale e certamente evita al praticante di chiedersi degli scomodi e inevitabili perché.

 

 

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