Il cambiamento che subiamo, il cambiamento che vogliamo. Il mondo (e l’Aikido) che sarà.

Ogni conflitto porta con sé il germe del cambiamento.

Ciò che stiamo vivendo su scala globale ha tutte le caratteristiche del conflitto, pur non essendo armato. Siamo andati a sbattere contro (cum-fligere) qualcosa che pur essendo microscopico impatta sull’esistenza della nostra società.

Diane Francis, ex responsabile dell’IFOR, accreditata dall’ONU  come una della maggiori esperte delle dinamiche conflittuali ha definito il conflitto come qualcosa riconducibile all’attrito causato dalla differenza, dalla prossimità e dal movimento.

Ed è singolare che le contromisure che socialmente sono adottate per far fronte alla pandemia in atto vadano ad agire sulla limitazione del movimento per ridurre la prossimità e conseguentemente per evitare la differenza (tra contagiati e sani).

Chi pratica Arti Marziali è -o dovrebbe essere- uno studioso del conflitto. La ripetizione di gesti tecnici basati sullo studio delle differenze, di forza, di distanza e sul movimento generato dovrebbe portarci a interpretare quanto stiamo vivendo collettivamente con un grado di maggior realismo e di serenità rispetto alle pur rispettabili ansie con cui siamo informati costantemente circa la situazione.

Soprattutto dovremmo ricordarci che, esattamente come accade nelle simulazioni di conflitto che sono il pane quotidiano della pratica sul tatami, il conflitto è semplicemente inevitabile.

Non c’è nessuno di noi che non desidererebbe una situazione diversa e un mondo diverso per sé e per tutti. Ma il nostro desiderio, da solo, non elimina la realtà con cui dobbiamo fare i conti.

La cronaca inizia a riportare episodi di resa personale. Lo studio della Storia ci avverte che questi episodi, al pari di tante storie di riscatto, cresceranno. Non giudichiamo la disperazione del singolo e l’oggettiva difficoltà di tutti: qui ci interessa notare come sia piuttosto evidente che spesso l’attitudine di molti di fronte al conflitto è di passività remissiva.

Alzarsi dopo ogni caduta sul tatami, servirà ben a qualcosa? O era solo un piacevole passatempo? O un modo per non pensare alla vita fuori dal tatami, per creare un’altra maschera, l’ennesima?

Il conflitto può essere visto anche come il più potente catalizzatore di cambiamento. A partire da come impieghiamo il tempo di questi mesi di restrizioni, finendo a identificare meglio i nostri perché e mettere in atto quelle strategie, magari minime, magari per gli altri risibili, ma che consentono, in aggregato, di cocreare una società capace davvero di evolvere.

Già, evolvere e non vivacchiare. Sempre i libri di Storia, insieme a un po’ di conoscenza dell’animo umano, sono lì a dirci che di conflitti è puntellata l’esistenza dell’essere umano fin dai primordi. Saremmo dei pazzi a negare le differenze materiali e culturali tra le varie epoche della Storia. Saremmo anche degli sprovveduti se non vedessimo che fondamentalmente, insieme a tanta grandezza, l’uomo è rimasto sempre molto fedele ai suoi vizi e alle sue crudeltà.

Il conflitto può essere visto come l’alibi più grande per non cambiare affatto.

Che mondo sarà? Nelle Arti Marziali cerchiamo di amplificare la nostra capacità di rimanere concentrati sul qui e ora e di ridurre la caratteristica del nostro cervello, che è quella di vagare tra passato e futuro per metà del nostro tempo.

Quindi per certi versi noi dovremmo cambiare la domanda e chiederci costantemente: che mondo è? Come lo sto vivendo?

Cionondimeno, è ovvio che ognuno si ponga la domanda. Le maggiori limitazioni (materiali, di movimento) daranno nuovo significato agli ingredienti stessi del conflitto: alle differenze, alla prossimità, al movimento. Saper riconoscere e governare tali elementi, farà la differenza tra passività e proattività. Fra subire e agire il cambiamento.

Verosimilmente il nostro mondo, il mondo delle Arti Marziali, sarà chiamato a trovare linguaggi di pratica e di finalizzazione che tengano conto delle profonde trasformazioni emotive e culturali che questa pandemia porterà nel concetto della relazionalità e della distanza tra i corpi.

Che Aikido sarà? I germogli sono già molti. Ci sono gruppi che si sono organizzati per prolungare, digitalmente, il senso di comunità su cui si era lavorato per anni prima e che, bene o male, stanno cementando i legami e tenendo acceso il fuoco in attesa di capire quando e come si potrà riprendere a fare qualcosa insieme. Piccole fiammelle che bruceranno e daranno calore anche se, come è probabile, le ristrettezze porteranno a rivivere i tempi del pionieri: parchi e scantinati per tagliare i costi…

Ci sono altri gruppi, che nel tentativo di costruire ora una coesione su cui non si è investito prima, si stanno sfaldando.

Ci sono molte persone che, forzate a fermarsi, hanno capito che lo strumento-Aikido e/o l’ambiente Dojo non è loro congeniale e hanno avuto modo di dirsi finalmente la verità.

Ci sono persone che, a livello di organizzazione nazionale, stanno sfruttando questa pausa per lavorare a definire meglio un progetto di crescita per tutti. Sta avvenendo nella FIJLKAM, così come sappiamo che anche alcuni EPS stanno cercando di ristrutturare le loro traiettorie.

Quindi anche qui la domanda giusta è: che Aikido è? 
Siamo certi che la risposta a questa domanda è: è un catalizzatore di cambiamento. Magari piccolo, magari parziale, ma incredibilmente attivo.
Uno strumento che possa aiutare a lavorare con serenità e serietà a quanto deve essere preso sul serio nelle nostre vite: le nostre domande, le nostre aspirazioni, il senso del nostro vivere. Con guide illuminate e preparate.
E che possa concorrere a prendere con maggior leggerezza e col giusto grado di distacco questioni che non sono così fondanti. Uno strumento che possa allineare e non fomentare le inevitabili differenze.

Uno strumento, insomma, che possa incidere nel grande cambiamento che sta avvenendo, contribuendo a forgiare uomini e donne di pace, di azione, di sorriso, di cuore, di fantasia, di solidarietà…Anche se qualche tecnica verrà sporca, anche se i keikogi saranno un po’ più logori e rammendati.

Con l’augurio per tutti di una serena e Santa Pasqua, segno, per chi crede, del cambiamento più radicale che ci possa essere e per chi non crede festa che celebra il trionfo della Primavera che avanza e diffonde la vita, nonostante tutto e tutti. Buon cambiamento!

Andrea e Sara

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