Elogio della mediocrità

“Se vi rifiutate di studiare l’anatomia, l’arte del disegno e della prospettiva, la matematica dell’estetica e la scienza del colore, lasciatevi dire che questo è segno più di poltroneria che di genio”

Così il pittore Salvador Dalì, nel 1953 , col suo stravagante acume, sferzava i suoi colleghi pittori che amavano definirsi moderni e contemporanei semplicemente ignorando le basi tecniche della pittura.

E’ noto ed evidente il fenomeno della fustigazione on-line, su qualsiasi tema. Dalle Arti Marziali alla cucina, dalla politica allo sport, dalla divulgazione scientifica alla moda, il tentativo vero o presunto di innovare, di trovare nuove strade e nuovi linguaggi si scontra perennemente con i custodi del sacro fuoco della tradizione. Che questo accada è, appunto evidente. Il perché non lo è sempre.

Tuttavia la sensazione è che da una parte ci sia chi tenta di smarcarsi dall’anonimato del gregge volendo apparire a tutti i costi “nuovo”, senza pensare che il nuovo di oggi è inevitabilmente il vecchio di domani. Dall’altro lato è forte il sospetto che la resistenza al nuovo -quando non la già citata “poltroneria”- nasconda una forte insicurezza di fondo che va di pari passo con la poca comprensione, per giunta spesso rancorosa, del tesoro della tradizione stessa.

Il risultato è la percezione di un vago gusto di omogeneizzato, che appiattisce in una poltiglia il sapore (il sapere) di prospettive diverse.

La semantica del termine “mediocrità” si è radicalmente trasformata. Ora è sinonimo di insignificanza, di una qualità inconsistente, incapace di esprimere valore. Non era così in origine. La mediocritas era il cuore profondo del sistema generale delle virtù. Era quel punto di equilibrio tra estremi, tra assoluti di polarità opposte, in cui si faceva consistere la perfezione del vivere. Quell’ aurea mediocritas, quel punto medio di oro fino che faceva dire al poeta latino Orazio che sotto un vento troppo favorevole è bene ammainare le vele.

In questo periodo di ripresa del lavoro completo sul tatami nel Dojo, sono evidenti le scorie che i mesi di pandemia hanno lasciato nel sistema psicofisico di ciascuno di noi, anche in coloro che hanno avuto la salute e la fortuna di potersi allenare in casa ogni giorno.

Ci si riscopre così mediocri: non così ipertecnici come eravamo (o credevamo di essere) ma nemmeno così inselvatichiti come pensavamo di essere.

Là dove si era persa l’abitudine che permetteva di ottenere un risultato ben camuffato dalla forma, si è palesata la necessità di una maggior cura e rispetto per il proprio sistema.

Là dove si pensava di non aver compreso granché -e magari di valere poco- si è avuta la piacevole sensazione che, una volta rimontati in sella alla bicletta marziale, in fondo eravamo capaci ancora di pedalare.

Là dove pensavamo di poter fare a meno del gruppo o del contatto con il tatami, ci siamo subito ricreduti; così come abbiamo potuto capire meglio che se percorriamo queste strade è in ossequio ad una nostra legge interiore e non per far piacere né al gruppo né al sensei.

Chiudiamo questa riflessione tornando a Dalì: “Se siete mediocre, anche se vi sforzate di dipingere molto molto male, si vede che siete mediocre”.

Le più grandi tentazioni all’orizzonte, dopo il periodo che abbiamo vissuto sono, contemporaneamente:

  • credere di non avere limiti, perché abbiamo trovato la nostra “mediocritas”, il nostro perfetto equilibrio grazie al fuoco purificatore delle restrizioni della pandemia, diventando così delle sorte di illuminati;
  • pervertire il significato del limite e trasformare l’opportunità della crescita nella definitività di… “dipingere molto molto male” passando il resto dei nostri giorni a convincerci di essere dei maestri (della pittura o di Arti Marziali);
  • considerare che il limite sia superabile solo con la volontà (condizione necessaria ma non sufficiente);
  • considerare che il limite sia superabile solo con la tecnica (condizione non necessaria e apparentemente sufficiente);
  • considerare che il limite sia superabile solo con la preparazione atletica (condizione che sarebbe necessaria ma che cozza comunque presto o tardi con l’orologio biologico di ciascuno di noi -e col terzo principio della termondinamica)
  • pensare di valere poco e di essere condannati ad una vita di insignificanza sul tatami (e fuori).

La ricerca del punto di equilibrio, del nostro meglio, della nostra sana mediocrità è, in fondo, l’obiettivo di ogni disciplina, di ogni percorso di crescita. La mediocrità dunque è da incoraggiare, mentre è da scoraggiare l’appiattimento, l’incapacità di attribuire a ciò che viviamo le qualità che vi sono dentro, che spesso sono diverse da ciò che vorremmo.

Un gruppo di mediocri -di persone che vivono la costante e dinamica ricerca e consolidamento di equilibri- è un gruppo che cresce perché è vivo. Un gruppo di robot perfetti farà, bene che vada, sempre le stesse cose, fino a quando le articolazioni e le batterie dei robot reggeranno.

E’ da gente così che è nato tutto ciò di grandioso che ci fa ancora spalancare occhi e bocca di meraviglia di fronte a una cattedrale, un palazzo, una statua, una composizione. Da gente che si considerava normalissima, circondata da migliaia, milioni, miliardi di altre persone che, nel silenzio del tempo che scorre, hanno provato a lasciare un segno nella Storia accettando il limite e cercando di superarlo realmente, trovando punti di equilibrio personali e sociali.

Lunga vita all’aurea mediocritas!

Disclaimer Foto di Guilherme Stecanella da Unsplash

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