La fissazione e il bokken

Ne “La via degli dei”, Itsuo Tsuda scriveva:

In una situazione tesa come quella di un combattimento reale, con spade vere, avvengono cose che sarebbero imprevedibili in tempi ordinari. Possiamo chiamare fissazione questo fatto?

Quando siamo deconcentrati e stiamo chiacchierando con amici, possiamo passare da un soggetto all’altro senza il timore di commettere sciocchezze. Tutto è diverso quando ci si trova sotto al naso la punta di un’arma bianca pronta a farci fuori. Non si ha il tempo, in questo caso, di guardarsi intorno e di ammirare il paesaggio.

Quando i samurai si incrociavano per strada, equipaggiati dei loro strumenti di morte, bisognava aspettarsi che la tensione crescesse, centimetro dopo centimetro, anche se apparentemente nulla avveniva. C’è molta differenza con le persone che passeggiano tranquillamente per i viali.

Oggi questo genere di pericolo è inesistente. I giapponesi che si incontrano per strada portano vestiti occidentali e non hanno armi. Il pericolo è del tutto scomparso? Il pericolo esiste, ma sotto forme molto più diversificate e varie.

In tutti i paesi occidentalizzati le varietà di pericolo conosciute sono numerose: incidenti di macchina, attacchi a mano armata, colpi d’arma da fuoco sparati non solo da malviventi ma anche da squilibrati mentali, auto cariche di esplosivo, attentati dinamitardi, avvelenamenti di vario tipo ecc.

Al contrario, non esiste quasi nemmeno la possibilità di essere attaccati con una spada giapponese. E allora, perché allenarsi con la spada?

Perché i giapponesi conservano un’arte senza alcuna utilità pratica?

Omori Sōgen, nato nel 1904, che è allo stesso tempo monaco zen e maestro di spada, scrive delle opere che permettono di chiarire la questione.

È insito nella natura umana che la nostra attenzione si fissi quando ci si confronta con un pericolo imminente. La fissazione ci inchioda, ci paralizza e ci priva delle nostre risorse abituali. Ciò che infastidisce, è che più si cerca di liberarsi dalla fissazione, più la fissazione diventa tenace. È una situazione assurda, in cui la volontà di non aver paura ci porta ad una fissazione sulla paura.

Anche quando si sa che si tratta di un esercizio e che la spada di legno si fermerà ben al di sopra della testa, senza colpirla, non possiamo impedire di esser colti da un panico ridicolo che provoca movimenti inutili del corpo: gli occhi escono fuori dalle orbite, le cervicali si tendono o le spalle si contraggono.

Questi movimenti inutili vanificano, tuttavia, l’essenziale, ovvero lo spostamento dei piedi. A maggior ragione, quando si tratta di un combattimento vero, con spade vere, in cui nulla si può prevedere in anticipo, la fissazione diventa un incantesimo. Come uscire da questo stato di intorpidimento è il problema principale di chi esercita il mestiere delle armi.

Ripartiamo dunque da questa domanda: perché ci esercitiamo nell’uso del bokken, che non ha davvero alcuna utilità pratica? E in generale: che valore ha dedicare tempo, energie, risorse alla pratica di una disciplina?

Ognuno qui ha le sue risposte personali: il piacere di imparare qualcosa di nuovo, condividendolo con un gruppo di persone in cui possono nascere rapporti di amicizia; il desiderio di muovere il corpo e apprendere tecniche e metodologie per “abitarlo” sempre meglio; la voglia di conoscere aspetti legati ad una cultura affascinante come quella giapponese; l’esigenza di un miglioramento costante; l’affinità con aspetti spirituali; l’applicazione di principi biomeccanici di attacco e difesa….

A noi interessa soffermarci su un termine ricorrente nello scritto di Tsuda: la fissazione.

In qualsiasi gruppo umano ci sono quelli che giorno e notte parlano solo e sempre della stessa cosa. Mio nonno, buonanima, amava talmente tanto giocare a bocce e a carte che se le sognava pure. Ogni tanto parlava anche del Toro, altra sua passione.

Non a caso ci si riferisce a coloro che non hanno altri argomenti se non il loro monoargomento come “fissati”.

Ci sono quelli che parlano solo e sempre di lavoro, ci sono quelli che parlano solo e sempre di auto o di moto o di donne…

Ecco, la pratica costante del bokken e in generale una pratica costante di una disciplina, può aiutare a progressivamente rimuovere queste fissità. Non perché, soprattutto in adolescenza, non sia lecito parlare solo e sempre di FIJLKAM,quanto piuttosto perché la vita è qualcosa di più ampio del nostro limitato raggio di investigazione.

Soprattutto, la pratica marziale può aiutare a riconoscere e quindi rimuovere o a limitare di molto il fattore scatenante di ogni tipo di fissità, cioè la paura.

Facciamoci caso: tutte le volte che insistiamo ripetutamente sugli stessi argomenti scivolando più o meno inconsapevolmente nella fissazione, in fondo stiamo attuando un meccanismo di difesa.

Perché la ripetizione conferma le nostre intime sicurezze -e quindi ricaccia nel buio le nostre intime paure. Paure di dover rimodulare le nostre convinzioni, abitudini. Paure di dover rinunciare allo status che la nostra immagine -autocostruita o riconosciuta- dovrebbe modificare se noi osassimo andare oltre la meccanica ripetizione dei nostri “mantra”.

Il web offre un eccellente spaccato di come -a livello di società- il nostro subconscio offra alla nostra parte razionale…Irrazionali giustificazioni per mantenerci in un quasi perenne stato di fissazione. Questo accadeva ben prima che la pandemia rendesse il web un ambiente ancora più polarizzato.

Accade ovviamente anche al Dojo: la ripetizione di un movimento non compreso, se agli inizi è forse l’unica strada per cercare di decodificare che cosa una tecnica abbia da insegnare, col tempo può diventare una trappola. Una fissità che riverbera in negativo, sul sistema psicofisico.

E così si hanno articolazioni inchiodate e cervelli…fissati.

La buona notizia è che uno strumento per sciogliersi un po’ c’è. C’è una strada per rilassare progressivamente l’esigenza del nostro ego di dover sentire il proprio rumore con le nostre orecchie.

Un bokken aiuta a tagliare via le fronde che tolgono luce alla pianta del nostro sviluppo personale. Una pratica costante, non necessariamente densa ma sicuramente intensa, consente di ampliare le prospettive e di placare lo spirito.

Uno spirito che non sentirà più la necessità di prevalere sull’altro, portando la relazione di fatto ad un punto morto per entrambi (ai uchi) ma verso un punto di coesistenza dinamica -e non fissa- di entrambi (ai nuke).

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