La Palice sensei e il do della superficialità

“La vittoria su noi stessi è l’obiettivo primario dell’addestramento.
Ci concentriamo sullo spirito anziché sulla sulla forma, sul nocciolo piuttosto che sul guscio”.

Questo diceva una settantina di anni fa Morihei Ueshiba. Bellissimo, no?

Tuttavia noi viviamo in un mondo in cui, in un supermercato, si sente il bisogno di avvertire i clienti che una noce di cocco potrebbe avere tracce di frutta col guscio. Un mondo che sottolinea l’ovvio spesso senza curarsi di andare oltre quel guscio. (Al consumatore dovrebbe essere detta “quale” frutta da guscio è presente, per evitare le allergie, ma questo è un altro discorso che riguarda i regolamenti europei sull’etichettatura degli alimenti e a noi interessa relativamente poco).

E’ indubbio che, nella pratica, l’aspetto formale sia imprescindibile e importante. L’allenamento formale agevola l’ingresso del praticante in una prospettiva che inizialmente non gli appartiene.

Per quanto formale e tuttavia alle prime incomprensibile, la pratica pone fin da subito degli elementi che scatenano processi emotivi profondi. Il contatto fisico con sconosciuti; la richiesta di cadere e di strofinare il viso là dove altri poggiano i loro piedi; il percepirsi dei perfetti imbranati e incapaci di ripetere movimenti che il nostro cervello intende come banali; essere bloccati a terra o afferrati… Insomma: c’è materiale a sufficienza per smuovere parecchie componenti del nostro essere.

Eppure si può scegliere di voltarsi dall’altra parte e di ignorare questa dimensione. La progressione tecnica può condurre obiettivamente a forme molto belle. Tuttavia anche la perla più bella nasce dal continuo lavorio dell’ostrica che costantemente avvolge un difetto, levigandolo ma non rimuovendolo. Si può essere “bellissimi” ma con montagne di polvere sotto il tappeto, come si può essere “spiritualissimi” ma incapaci di camminare. O di rendersi conto che la persona al nostro fianco ha bisogno di un sorriso.

E quand’anche esistesse solo la dimensione tecnica e fisica, siamo proprio sicuri che la padronanza del programma tecnico sia sinonimo di profondità?

Quanti stage, quanti seminar, quanti “special keiko” si vivono in cui si sa già dove andrà a parare il sensei di turno, come si comporteranno i suoi uke, che cosa puoi fare e dire e che cosa non puoi fare e dire in quegli ambienti. Quante volte si ha avuta la sensazione di una minestra già mangiata? Stesse proposte, stesse sequenze, stesse parole…

Quanto al modo di comunicare le nostre discipline, esiste la possibilità di poter innestare la nostra esperienza, di noi che siamo “qui e ora” su qualcosa che fa parte di una tradizione e comunicare tra noi e verso l’esterno “cose antiche con linguaggi nuovi”? O siamo condannati a dover sentire e a nostra volta ripetere: “L’Aikido (o qualsiasi altra disciplina) è un’Arte Marziale blablabla samurai blablablabla Giappone blablabla armonia blabla pace blabla efficacia blablabla difesa blabla godzilla blabla budo blablabla”?

Frasi identiche a quelle che sentivamo e non capivamo quando abbiamo varcato per la prima volta la porta di un Dojo. Frasi che abbiamo fatto nostre senza comprenderle e spesso senza capire che sono infarcite di un’accozzaglia di inesattezze e storture di qualsiasi tipo.

Ripetere e ribadire l’ovvio -o quello che per noi è ovvio- è un guscio rassicurante dentro il quale possiamo rifugiarci e avere l’alibi di mai mettere attrito tra noi e il mondo esterno. Quell’attrito che fa tanta tenerezza quando vediamo un bambino muovere faticosamente i primi passi ma che fa tanta paura (e altrettanta fatica) su noi adulti. Non per il gusto di mettere in dubbio ciò che abbiamo conquistato ma per avere il coraggio di guardare cosa ci sia oltre.

E’…lapalissiano: due più due fa quattro. E’ inutile e anche un po’ malato metterlo in dubbio. Ma se quello che sappiamo già viene ripetuto e non solo non soddisfa quella sensazione di incompiutezza ma soffoca la curiosità, a che serve e a chi giova?

Se scoprissimo che sotto il guscio della nostra forma, dei nostri ruoli, della nostra comunicazione, ci fosse qualcosa di più di essere forma, di essere un ruolo? E se scoprissimo di essere “anche” umani e che l’esserlo, per quanto rischioso è più ricco del continuare ad essere superficiali?

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