Il rifiuto nell’Aikido – e dell’Aikido – è un tema trattato poco e male.
Curiosamente – ma fino a un certo punto – il mondo della raccolta dei rifiuti si è organizzato con cassonetti colorati secondo la progressione ben nota a chi pratica una disciplina marziale.
Bianco, giallo, arancione, verde, blu, marrone e nero non compaiono solo nelle livree degli omini del Lego Spazio, nelle segnaletiche stradali o nelle piste da sci.
Li ritroviamo anche nell’ultimo atto della nostra abitudine di consumatori: la generazione e lo smaltimento di un rifiuto. E siccome esistono anche cassonetti rossi e viola, possiamo dire che il parallelismo copra davvero qualsiasi grado e cintura.
Shoshin e le stagioni della pratica
Il rifiuto nell’Aikido ha tante sfumature.
Parliamo spesso e a ragione di shoshin, lo spirito del principiante.
Dovremmo imparare a ripercorrere la nostra storia e ricordare le stagioni della pratica, anche nelle loro criticità.
Questo ci aiuterebbe a orientare i nostri sforzi in una direzione più costruttiva e a vivere le relazioni nel Dojo in una prospettiva collaborativa, rendendo fruttuoso lo scambio tra livelli di esperienza diversi.
La cintura bianca
Una cintura bianca è un mix esplosivo di spaesamento ed entusiasmo.
Un mondo nuovo si apre davanti a vecchie abitudini.
Il rifiuto si manifesta:
- nella paura di ingaggiarsi nella proposta dell’insegnante,
- o al contrario nell’eccessiva spavalderia, con cui si cerca di nascondere la difficoltà dell’apprendimento tecnico.
Nella nostra scuola supportiamo i principianti con una didattica che permette di apprendere in modo sicuro e senza traumi fisici. Al contempo, richiediamo subito lo studio dei venti suburi di jo e dei sette di ken.
È una pratica solitaria, che può essere portata avanti anche nel tempo libero. Espone subito il principiante alla necessità di scegliere, cioè ingaggiarsi.
È così che nasce il primo equilibrio tra difficoltà e desiderio, i due poli connessi dal sentiero di una disciplina.
La cintura gialla
Superato il primo esame, la cintura si colora di giallo.
La progressione tecnica è minima: la novità è l’introduzione di nikyo, il secondo principio.
Nei corsi di difesa personale si insegna in dieci minuti. Imparare a spezzare un polso con nikyo non richiede molto. È il primo assaggio del lato oscuro del Ju Jutsu (e del suo “nipote frikkettone e pacifista” che è l’Aikido).
La cintura gialla è il luogo dove si assaggia il potere assoluto e poi lo si deve lasciare.
Pensiamo alla complessità di shomen uchi nikyo omote waza: al posto dell’imposizione occorre far spazio alla connessione.
Da qui emerge il rifiuto: il praticante può ritenere la pratica responsabile di un cambiamento personale che non è sempre piacevole.
La cintura arancione
La cintura arancione è uno dei tre snodi fondamentali del percorso marziale (gli altri sono da marrone a nera e da secondo a terzo dan).
Dopo un esame relativamente rapido, il praticante affronta un’altra montagna: tutti i principi, chiesti in tre modalità ciascuno, più un programma di armi che altrove corrisponde al secondo dan.
Qui la pratica settimanale non basta più. Le competenze richieste domandano più spazio e tempo.
Nasce così un rifiuto: rimodellare la propria settimana, vivere un amore-odio verso la disciplina.
Chi supera questa soglia, di solito, arriva fino alla cintura nera.
Le cinture verdi e blu
Le cinture verdi e blu segnano un periodo di approfondimento tecnico.
La preparazione da blu a marrone comprende quasi tutte le tecniche richieste all’esame di nera, più lo studio dei 10 kumi jo e dei 5 kumi tachi, che altrove sono richiesti intorno al terzo-quarto dan.
La difficoltà maggiore è “mordere il freno”.
Generalmente si pratica da almeno quattro anni: in un mondo veloce, sembra un’eternità.
Negli stage arrivano due esperienze opposte:
- non capire nulla in scuole diverse dalla propria, venendo ignorati o sbattuti sul tatami;
- oppure sentirsi preparati più di gradi superiori nel proprio stile.
È anche il momento di vivere il rifiuto del confronto con le gerarchie marziali: tu sei una cintura verde, l’altro una cintura nera.
L’avvicinamento alla cintura nera
Avvicinandosi alla cintura nera, il rifiuto assume contorni chiari.
Si è lavorato tanto sui propri limiti, trovando modi per superarli. Si impara anche a vederli negli altri.
L’insegnante perde l’aura di sacralità: appare per quello che è, una persona con talenti e difetti.
Questa fase è spesso segnata da crisi: allenamenti che non bastano mai, livello mai sufficiente. È il momento critico e inevitabilmente traumatico della nascita di un nuovo individuo.
Trasformare il rifiuto
Una persona cioè che, nonostante fatiche e frustrazioni, ha scelto in autonomia di ingaggiarsi in qualcosa non imposto dalla società.
Ci sono tante forme di rifiuto.
E, come nella gestione dei rifiuti, la chiave è trasformare il rifiuto in riuso.
Una disciplina lavora continuamente sulla persona che la pratica.
Se la persona interrompe, la disciplina perde il suo potere trasformativo.
Se ha il coraggio di restare, può dare nuova vita a ciò che sembrava immondizia.
Non tormentiamoci sul destino dell’Aikido o delle Arti Marziali.
Chiediamoci se abbiamo chiaro il loro contenuto: l’essere umano con i suoi limiti, rifiuti e potenziali.
Testimoniare la possibilità di consapevolezza e pienezza crescenti è tutto ciò che serve.
