Che differenza c’è tra competizione e conquista? E perché sono temi di interesse per chi pratica Aikido e Arti Marziali in generale?
Partiamo con un esempio, così comprendiamo meglio il significato di queste due parole.
“Maestrooooooooooooo….Prendi il materassone per giocare a fare le caduteeee? Ti prego ti prego ti pregooooo”
“Maestrooooooooooooooooo…Quando darò il prossimo esame”?
La prima è una domanda fatta per ottenere qualcosa. L’altra è posta per sapere qualcos’altro. Non a caso, se mentre leggete immaginate anche il sound della voce di un bambino che parla così, avrete l’esempio, alternativamente di una voce petulante e di una voce querula.
Almeno dalle nostre parti, siamo tutti praticanti di una disciplina giapponese che parlano una lingua che affonda le sue radici nella lingua dell’antica Roma.
E sì, pratichiamo una disciplina che ciclicamente, da più parti, ci si affretta a definire non competitiva. Il tema, in se stesso, non ci interessa. Comprendiamo le varie posizioni: tanto chi sostiene che non introdurre gare in Aikido ne preservi il messaggio originale; quanto chi sostiene il contrario.
Noi ci limitiamo a qualche osservazione e cioè lo scopo ultimo di qualsiasi disciplina marziale è più alto della competizione ed è la conquista.
Di più: tra competizione e conquista c’è un legame profondo e l’una è funzionale all’altra. La conquista non può esistere senza competizione.
Cercare di ottenere qualcosa con gli altri e dirigersi verso questo obiettivo insieme agli altri. Questo è il significato del termine competizione. Una visione approssimativa e immatura dello sport può indurre -e di fatto ha introdotto- una visione individualista. Una prospettiva che parla di opposizione. Di puntare a un obiettivo contro gli altri.
In una gara certamente gli altri non sono lì per farti vincere ma senza gli avversari…non ci sarebbe competizione!
Questa ricerca comune -che è esattamente ciò che avviene in modo più o meno consapevole in qualsiasi disciplina marziale, consente di ricercare insieme ai nostri compagni di viaggio qualcosa.
Cioè di “conquistare“, di fare nostro ciò verso cui ci dirigiamo.
Tra una vittoria e una conquista, credo che tutti sceglieremmo la seconda. E fa riflettere che anche per la nostra lingua la ricerca abbia un valore più alto e profondo dell’ottenere qualcosa.
C’è bisogno di riformulare un’ecologia dei termini usati per descrivere e vivere le discipline marziali in generale. L’Aikido certamente ne ha bisogno.
Tra competizione e conquista, l’Aikido indica una strada accessibile a tutti che merita una cura fatta di termini appropriati, di obiettivi alti, oltre a un’impostazione didattica di base competente ma che da sola non può soddisfare quel desiderio di conquista che pulsa dentro il cuore di ogni persona.
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