“La mia banca è differente”. “Tutto intorno a te”. “Tu, senza confini”. “Perché io valgo”.
Il marketing conosce bene i bisogni e le ansie, anche quelle più nascoste, del pubblico. In un’epoca in cui tutto parla dell’insignificanza del singolo individuo, della sua frustrante impotenza di fronte ad una Storia che tutto travolge, il marketing sceglie un’altra strada.
Una narrazione di un mondo che non esiste. Non esiste infatti una banca differente dalle altre, esiste un sistema bancario con le sue regole. Nessuna compagnia telefonica costruisce la sua rete e i suoi servizi attorno ai singoli clienti, né un piano telefonico sblocca poteri illimitati e sconfinati in chicchessia.
E no, lavarsi uno shampo o un balsamo di una marca o di un’altra non aumenta il valore di chi lo usa.
Eppure, dati alla mano, è una comunicazione che funziona. È trita e ritrita, in fondo sai perfettamente che non è vera. Ma quel poco di empatia percepita -da un marchio, non da una persona!- ti fa piacere. E rimani nella tua insignificanza, però con lo status autoattribuito di membro di una community. Vali perché cliente.
Vali perché insignificante a tal punto da dover sentirti qualcuno perché consumi.
Brutale? Sì.
Riduttivo? Certo: le dinamiche sono complesse e non si esauriscono certamente in un post su un blog di Aikido.
Ecco, l’Aikido, appunto.
A chi non si rassegna alla prospettiva di essere uno tra i tanti, l’Aikido, come ogni altra disciplina, offre una strada.
Una strada che, invece, parte da una fase in cui accettare di essere…uno fra i tanti. Sei un allievo, cerchi di copiare gli schemi motori e le tecniche che ti sono proposti.
Ed è appunto nella fase della ripetizione formale che avvengono le vere prime crisi. Il corpo restituisce alla mente la perduta consapevolezza di non essere così diversi dagli altri, mentre l’ego pretende di vedersi attribuire meriti specifici. Distinzioni che scaturiscono da quell’attitudine, il paragone, che serve a tutto fuorché a concentrarsi sull’unico aspetto importante della pratica: il proprio cammino.
Se superi questi primi scogli, che potremmo attribuire all’area fisica e tecnica, ti imbatti in un’altra barriera, ancora più potente. Quella dell’atteggiamento. Quell’irrigidimento che sale quando pratico con quel certo compagno, in quella particolare situazione. Quel desiderio di rivalsa, mediato magari da una leva applicata quel tanto che basta per sanzionare, dominare l’altro, “tanto per chiarire chi comanda”…
Ed è lì, che se sei fortunato ad essere accompagnato da chi ci è già passato, che capisci che…non sei così diverso dagli altri. Quando sovrasti volontariamente il compagno in quello che comunque non è stato pensato come sport da combattimento, in che cosa differisci da chi fa del sopruso sistematico il suo programma di vita? O di politica estera?
Quando cedi alla tentazione di tirare la tecnica a mille con un compagno, in che cosa sei diverso da quei cattivoni che vedi nei telegiornali contro i quali organizzi raccolte di firme, marce per la pace e sdegnate campagne sui social?
Riconoscere di essere uomini e donne impastati di fango e di infinito, capaci di slanci elevati e di azioni miserabili è compito della riflessione scaturita allenamento dopo allenamento. Il keiko, appunto. Ed è requisito necessario e sufficiente per arrivare a capire che, sì, possiamo decidere di smettere di essere uno tra tanti.
Certo, è molto più semplice continuare a tenere premuto il tasto sulla fotocopiatrice e continuare a ripetere quello che pensiamo di essere capaci a fare. È il limite dell’allenamento formale, dello shu 守, per usare un termine giapponese.
La soluzione non è nemmeno la ricerca dell’originalità (ha 破) fine a se stessa né di un distacco dal proprio ambiente di origine (ri 離) risentito, nella convinzione di non essere capiti o valorizzati.
L’immaturità porta a chiudersi e alla necessità di dover essere speciali, sottolineando le differenze con gli altri, per attribuirsi valore . Questo avviene in molti modi. Tanto ribadendo ciò che sappiamo fare, così non dovremo mai pensare davvero a ciò in cui investiamo tempo, energie e risorse. Quanto rendendo il linguaggio di una disciplina talmente personalizzato da renderlo incomunicabile e quindi sostanzialmente inutile. Addebitando poi all’esterno i responsabili. Sono gli altri che non comprendono. Come possono non vedere il mio valore? “Perché io valgo”.
È il differente modo di vedere e vivere ciò che ripetiamo che lo riempie di senso e di direzioni di ricerca. Cercare prospettive e mutare punti di vista, non è solo questione di geometrie fisiche durante l’esecuzione di una tecnica. È ciò che consente di passare dalla necessità di affermare che la diversità rispetto agli altri è un valore all’impellenza di di comprendere sulla base di quale dignità poter affermare di essere unici.
E smettere così di essere uno tra i tanti.
E mentre i grandi si perdono nel cercare di uniformarsi alla lingua del marketing, finendo col credere più alla narrazione che alla realtà, i più piccoli sanno bene che cosa li rende unici. Sanno che quando si sale sul tatami non c’è nessuno escluso. Nessuno che rimane in panchina.
Sanno che dando il massimo, volta per volta, otterranno un miglioramento. E lo riconoscono in sé e negli altri. Perché un bambino vuole crescere con gli altri ma sentirsi dire anche da fuori ciò che lui sa già.
“Mamma, dimmi che mi vuoi bene”.
Perché nessuno di noi è uno tra tanti.
Disclaimer: foto di Mehmet Turgut Kirkgoz da Pexels
