Identità e tradizione

Identità e tradizione sono termini usati in quantità in tanti contesti. C’è un settore del maketing -l’heritage marketing o marketing della tradizione- che è definito come l’insieme di attività e strategie volte a valorizzare il patrimonio storico, culturale e simbolico dell’impresa per rafforzare la percezione del brand nel presente.

In altri termini, il marketing della tradizione funziona quando dà valore alla coerenza tra passato e presente, raccontando in maniera più o meno aulica le origini, soffermandosi sulla tradizione che un territorio e la sua cultura hanno saputo creare, produrre e diffondere fino ad oggi.

Se pensiamo alla narrazione dei marchi del “Made in Italy” che conosciamo, riconosceremo che ognuno di essi basa la comunicazione della sua essenza alla percezione di questi elementi.

L’Aikido non è da meno. Ha una sua storia, corredata da una narrazione a volte un po’ romanzata. Affonda le sue radici in un contesto dal forte percepito valoriale legato alla cultura e alla spiritualità giapponesi. Si basa su un continuo legame tra gli albori e oggi.

Viviamo una società altamente frammentata. Eppure, anche se frammentato, l’essere umano è uno. E il suo modo di ragionare nel marketing non sarà poi così diverso quando dovrà trattare le Arti Marziali.

Nel marketing e nella comunicazione, la frequenza di termini come identità e tradizione è aumentata a dismisura negli ultimi quarant’anni. Oltre il 70% dei nuovi marchi e prodotti ha nella propria descrizione un riferimento diretto a queste due parole.

Nell’Aikido si parla in modo quasi ossessivo di rimandi alla tradizione. Tuttavia, esattamente come per una banalissima bottiglia di vino (che banale comunque non è), non sempre battere sul tasto della tradizione è garanzia di autenticità. E il consumatore, alla fine, se ne accorge e non compra.

La tradizione è un farmaco potente. Al giusto dosaggio è un rimedio a determinati problemi e risponde alle esigenze di molti. Al dosaggio sbagliato fa danni.

Guardiamo l’Aikido. Pochi decenni fa non esisteva e dunque è il risultato di un’elaborazione viva, basata sul lascito di esperienze fatte in altre discipline. Qualcosa è scoccato e quel qualcosa ha acceso la passione molto oltre i confini del Giappone. Molto oltre la vita del suo ideatore e dei suoi due massimi divulgatori: il figlio carnale di O Sensei, Kisshomaru Ueshiba e quello, se non spirituale, tecnico: Morihiro Saito.

Recepire la tradizione non ha voluto significare ripetere le medesime esperienze di chi l’ha tramandata. Si può comprendere il valore dell’Aikido senza partire per la Manciuria, frequentare la setta dell’Omoto Kyo, colonizzare l’Hokkaido, ammalarsi di beri beri, fracassare articolazioni sotto Sokaku Takeda… Tutti snodi attraverso i quali è passato Morihei Ueshiba e che hanno caratterizzato la sua esperienza.

E’ arrivato fino a noi questo oggetto, che chiamiamo Aikido, che è un oggetto vivo se è capace di custodire e saper offrire in modo comprensibile a chi si avvicina oggi il suo messaggio originario, la sua forza trasformatrice nella persona e nella relazione. La sua proposta di un continuo lavoro di rimozione di una prospettiva egoica.

Un messaggio che è mediato da un linguaggio tecnico, che pure deve essere compreso e studiato nel più serio degli approcci.

Ma che non può ridursi alla ripetizione di gesti, forme e prospettive del passato.

Invece quello che succede spesso è assistere a un tentativo maldestro, più o meno consapevole, di puntellare dall’esterno un’identità vacillante dall’interno, ricorrendo a una non meglio precisata tradizione.

Una tradizione che diventa una sorta di mito, un totem. Qualcosa cui non ci si cura se sia credibile, vero o meno ma che diventa alla fine elemento distintivo, identitario e quindi, in fin dei conti, divisivo. L’opposto di quello che qualsiasi disciplina punta a realizzare.

La tradizione, anziché essere fuoco che si tramanda nel tempo e accende i cuori, diventa così retorica. La pratica diventa un museo fuori dal tempo, dove ci si illude di custodire le forme del passato, col pretesto di catalogarle. Non si capisce invece che, così facendo, le si destina al loro essere incomprensibili e, in quanto sostanzialmente inutili allo sviluppo della persona che vive qui e ora, al loro oblio.

Che è esattamente il contrario del concetto di tradizione.

Tra tradizione e identità quindi occorre far emergere l’elemento che garantisce alla disciplina una reale continuità che fa fluire ininterrottamente il suo valore dalle origini ad oggi: la fedeltà.

Una fedeltà che non può esprimersi attraverso le forme. “Invece di cercare di copiare ciò che faccio, ascoltate ciò che dico”, ripeteva Morihei Ueshiba.

Ma a noi piace più identificarci come custodi di una tradizione che abbiamo in testa attraverso forme che più o meno abbiamo imparato a ripetere che come promotori di valori e principi che, universali nel tempo e nello spazio, hanno “solo” bisogno di essere fatti propri e comunicati.

Disclaimer: Foto di Francesco Ungaro da Pexels

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