Le parole dell’Aikido

Le parole dell’Aikido formano uno strano vocabolario. Un ibrido tra termini giapponesi, orientali e della nostra lingua madre.
Come tutti i linguaggi, trae origine, senso e significato dall’esperienza. Del resto è la nostra natura: che sia una parola che descriva una realtà concreta o un concetto astratto, la parola -le parole- che li descrivono mutano in profondità e in quantità al variare del vissuto di ciascuno.

Chiedete a un bambino di tre anni che cosa significhi “volere bene alla mamma” e ponete la stessa domanda a una persona anziana.

Così è per tutto e così è anche nel percorso, breve o lungo che sia, di pratica di una disciplina marziale.

Si impara a “parlare” l’Aikido, allenamento dopo allenamento, ripetizione dopo ripetizione. Ci si fida dei propri insegnanti e, immancabilmente, dopo un po’ di anni di pratica, ne assorbiamo il dialetto, le prospettive, le terminologie adottate.

Non sappiamo come ma di fatto nasciamo che non sappiamo parlare e poi, dopo pochi anni, siamo bambini e ragazzi che parlano, parlano, parlano…

Non è detto però che conosciamo il significato delle parole che usiamo. E spesso, purtroppo, si assiste a una tale povertà di linguaggio che impedisce alle persone di esprimere in modo comprensibile e ampio il loro pensiero.

È preciso compito di genitori ed educatori scolastici far parlare il più possibile i bambini, chiedere loro il significato delle parole che usano per poter mostrargli il senso. È il dovere di un adulto formarsi e fornire a se stesso e soprattutto a un minore quanti più strumenti possibili adatti allo sviluppo delle capacità cognitive e psicofisiche per rendere chiunque idoneo ad un’esistenza piena e di relazioni.

Che l’Aikido sia una disciplina fondata sulla relazione, come tutte le Arti Marziali, è un dato di fatto. Non si cresce senza l’interazione nella coppia di pratica.

A un certo punto però dal nido si esce ed è lì che le capacità di comprensione dei termini, del linguaggio tecnico ed espressivo e delle finalità della comunicazione, sono passate al vaglio.

Ci sono, esattamente come nella società, situazioni in cui si trascorre un’intera esistenza sigillati nel proprio nido. Esistono anche degli hikikomori marziali, che sono più di quanto si creda e che non necessariamente fanno parte di Dojo fatti di due persone. A volte anche grandi gruppi afferenti qualche figura carismatica non fanno altro che frequentare se stessi.

Se questo rientra nella legittimità delle scelte in capo a qualsiasi essere umano, bisogna tuttavia osservare che l’Aikido, perlomeno nella prospettiva di chi lo ha fondato“Non è una tecnica per combattere o sconfiggere un nemico. È il modo per riconciliare il mondo e rendere gli esseri umani un’unica famiglia”.

È esperienza di tutti il fatto che non c’è luogo migliore della famiglia in cui vivere differenze e diversità. Eppure, da fuori, ogni nucleo familiare appare con dei tratti distintivi chiari e riconoscibili. E non c’è a volte niente di più seccante -o di gratificante, dipende- di sentirsi dire da fuori: “Sei proprio identico a tuo fratello”.

Si tratta quindi di fare uno sforzo non di omologazione ma di comprensione, che forse è il vero lascito di una tradizione.

Visitando Dojo e frequentando stage e raduni, ci si rende conto che l’insegnante ha una sua comprensione dei termini e delle linee geometriche che mostra. Tutto ciò deriva dal suo vissuto. Nella quasi totalità dei casi si può notare una sana passione che nasce da impegno e buona fede.

Tuttavia è proprio dal confronto che emergono differenze. Ovvie dal punto di vista stilistico. Molto meno ovvie dal punto di vista terminologico, semantico e di prospettiva. Spesso parole straniere copiate incollate (e storpiate, nella pronuncia e nel significato) e un pot pourri di terminologie prese a prestito da fonti e da esperienze più o meno autorevoli.

Il risultato è, primariamente, di frammentazione. Si parla tanto di gruppi, di divisioni e di correnti nei mondi associativi. Si attribuisce a questa o quell’organizzazione la responsabilità di divisioni che, a guardare bene, nascono dall’ostinazione di ciascun insegnante a difendere il proprio punto di vista. E, spesso, a stabilire che non ci sia più niente da imparare. O peggio, che si possa imparare esclusivamente attraverso la tecnica.

Un linguaggio e una terminologia da iniziati che spesso annebbiano, oscurano, pervertono il messaggio orginale.

Un insieme di situazioni che a tutto porta fuorché a collaborare perché gli esseri umani siano “un’unica famiglia”.

A prescindere dall’organizzazione di riferimento, riteniamo che ci sia la necessità inderogabile di compiere un percorso comune per interrogarsi profondamente sul significato di termini che usiamo con disinvoltura. Che cosa sia una disciplina, che cosa si intenda oggi per marzialità, quale sia la differenza tra waza e jutsu. E, se ce lo consentite, che cosa debba intendersi per ai e per ki e anche per aiki. E, infine, che cosa voglia dire -e come deve essere detto- ciò che ripetiamo in giapponese.

Per bene che vada, ciascun praticante ha la sua esperienza di ciò. Ma tra la propria esperienza e quella altrui spesso c’è una ricchezza di punti di vista che vale la pena essere riconosciuta.
E soprattutto, tra il “secondo me” e ciò che “in realtà è”, può esserci un abisso che soprattutto un responsabile di gruppi non può ignorare.

Questo non per un’impossibile e pericolosa clonazione di menti e cuori ma per andare incontro al waka di O Sensei:
合気にて
よろず力を
働かし
美しき世と
安く和すべし

(Aiki nite yorozu chikara o hatarakashi, utsukushiki yo to yasuku wasu beshi).

Con l’armonia dell’Aiki, facendo funzionare tutte le forze, un mondo bello e pacifico deve armonizzarsi.

Disclaimer: Foto di Suzy Hazelwood da Pexels

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