Aikido e adolescenza

Quando si parla di educazione, di giovani, di Aikido e di adolescenza, sembra che tutti siano esperti. È facile dire agli altri, soprattutto ai più giovani, che cosa dovrebbero fare e chi dovrebbero essere. Molto meno facile è ricordarsi come eravamo noi. Mettersi davvero nei panni degli altri è più scomodo che cercare di guidarli o correggerli.

L’adolescenza è una fase intensa, spesso turbolenta. È il tempo in cui si costruisce l’identità, si cerca autonomia e, allo stesso tempo, si ha un bisogno profondo di appartenenza. Emozioni, corpo e relazioni cambiano rapidamente, mettendo alla prova ragazzi, genitori ed educatori. Non c’è bisogno di spiegare a un adolescente che cosa sia la competizione: la vive ogni giorno, nelle relazioni, nel confronto con i pari e nel rapporto con gli adulti. È un periodo carico di tensione, in cui il bisogno di affermazione si intreccia con quello di essere accettati.

In un contesto così complesso, non sorprende che emergano difficoltà comunicative e comportamenti impulsivi. Proprio per questo, i contesti educativi che integrano corpo e relazione possono offrire un supporto particolarmente efficace. Tra questi, l’Aikido si distingue per un approccio centrato sull’ascolto, sulla relazione e sulla trasformazione del conflitto.

La ricerca suggerisce che attività strutturate e sociali, come le Arti Marziali, possono influenzare positivamente lo sviluppo psicosociale dei giovani, soprattutto quando sono inserite in contesti educativi coerenti. Una ricerca molto citata, quella di Vertonghen e Theeboom (2010), evidenzia come la pratica possa favorire lo sviluppo dell’autocontrollo, il rispetto delle regole e le competenze sociali, spesso ancora prima delle abilità tecniche. Ma è importante una precisazione: non è la disciplina in sé a educare, bensì il modo in cui viene trasmessa.

Nel nostro Dojo, molti adolescenti arrivano dai corsi per bambini e proseguono quindi un percorso già iniziato. Altri si avvicinano senza alcuna esperienza. Le famiglie, nella maggior parte dei casi, fanno una scelta consapevole: cercano un ambiente sano, capace di sostenere la crescita dei figli non solo sul piano fisico, ma anche su quello umano. In questo senso, affidano alla pratica un ruolo educativo importante, legato allo sviluppo di autostima, attenzione, rispetto e senso di responsabilità.

Ma al centro resta il ragazzo. È dentro di lui che qualcosa deve accadere. Perché questo avvenga, è fondamentale che si senta coinvolto, riconosciuto, ascoltato. I giovani sono molto sensibili alla percezione del proprio miglioramento: hanno bisogno di vedere, concretamente, che stanno crescendo. Questo richiede agli insegnanti la capacità di costruire percorsi chiari, in cui le competenze sviluppate siano riconoscibili e il cammino abbia una direzione.

In situazioni di fragilità, diversi studi mostrano come la pratica possa migliorare la regolazione emotiva e la capacità di affrontare lo stress, con una riduzione dei comportamenti problematici. Allo stesso tempo, la letteratura invita alla prudenza: i risultati non sono sempre uniformi. Ad esempio, una ricerca specifica sull’Aikido condotta da Delva-Tauiliili (1995) non ha rilevato cambiamenti significativi dopo interventi brevi, suggerendo che i benefici emergono soprattutto quando la pratica è continuativa e inserita in un contesto educativo solido.

Uno degli aspetti più interessanti dell’Aikido è il lavoro sulla comunicazione non verbale. Nel Dojo si lavora spesso in coppia, attraverso un contatto fisico regolato e inserito in regole condivise. Questo crea uno spazio di relazione concreto, che permette anche un’interazione equilibrata tra ragazzi e ragazze, oggi tutt’altro che scontata. Studi sulla coordinazione interpersonale, come quello di McGrane e Issartel (2017), mostrano come pratiche di questo tipo sviluppino la capacità di adattamento reciproco e di sintonizzazione con l’altro, favorendo attenzione, controllo degli impulsi e qualità della relazione.

Alcuni elementi distintivi rendono l’Aikido particolarmente adatto anche a chi fatica nei contesti sportivi tradizionali. L’assenza di una competizione diretta, la valorizzazione del percorso individuale e il ridimensionamento del ruolo della forza fisica permettono a molti ragazzi di trovare uno spazio in cui riconoscersi. Il Dojo diventa così un laboratorio sociale, in cui il gruppo non è vissuto come branco ma come luogo di cooperazione. La ritualità, fatta di gesti semplici e regole condivise, offre una struttura che sostiene e orienta.

In questo contesto, l’adolescente può fare un’esperienza fondamentale: scoprire che il proprio modo di stare nel conflitto può cambiare. Che non esiste solo l’alternativa tra subire o reagire d’impulso, ma che è possibile trasformare la situazione, trovare una via diversa.

Ciò che emerge con più forza, nel tempo, è una richiesta profonda: i ragazzi cercano presenza, coerenza, esempi credibili. La qualità tecnica dell’insegnamento è importante, ma non basta. Serve una guida adulta -e risolta– capace di accompagnare, di essere punto di riferimento, di incarnare ciò che propone.

È in questo incontro tra qualità della pratica e qualità della relazione che l’Aikido diventa davvero significativo. Non una soluzione immediata, ma un percorso esigente, capace di offrire strumenti concreti per crescere e costruirsi, nelle relazioni e nella vita adulta.

   Send article as PDF   

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.