A volte scendere a buttare l’immondizia è un sacrificio. Se poi bisogna prestare mille attenzioni per la -necessaria- separazione per la raccolta differenziata, ancora di più.
Ma ovviamente non è questo il tema di oggi.
Piuttosto, qualche giorno fa ci è venuta in mente l’espressione giapponese:
ゴミを捨てる – gomi wo suteru
Letteralmente: buttare l’immonidizia.
Nelle principali Arti Marziali esiste una famiglia di tecniche note come 捨身技 – sutemi waza. Dalle nostre parti sono state tradotte e insegnate come “tecniche di sacrificio”.
Ma suteru, 捨てる, che cosa vuol dire alla fine? L’immondizia si butta, al limite si differenzia. Non si “sacrifica”. Ci torneremo dopo.
Per quanto riguarda i sutemi waza occorre dire prima di tutto che è solo nel Judo che esiste una lista di tecniche specifiche. Il Kodokan la suddivide in due famiglie di tecniche distinte: quelle che prevedono una caduta in avanti (ma sutemi waza) e quelle che prevedono una caduta laterale (yoko sutemi waza).
In tutti i casi, tori, colui che esegue la tecnica, abbandona letteralmente il proprio equilibrio per poter sbilanciare quello del suo partner. La conseguenza è una caduta a terra di entrambi, con un maggiore impatto ovviamente su uke.
Nel Karate il riverbero di queste tecniche è meno evidente. Ci sono alcuni kata in cui, durante la fase applicativa, ci sono tracce di sutemi waza. Nel Bassai Dai, per esempio, ci sono passaggi in cui l’applicazione suggerisce la forma di ura nage e di tomoe nage, entrambi della famiglia delle ma sutemi waza precedentemente citate.
E l’Aikido?
Sarebbe riduttivo pensare che i sutemi waza siano nati col Judo. Evidentemente parliamo di una strategia di combattimento antica quanto l’uomo e che quindi ritroviamo qua e là nella pratica dei vari sistemi marziali.
Tuttavia è evidente che nell’Aikido la pratica dei sutemi waza, che non sono codificati e non rientrano nei programmi tecnici ufficiali, emerge là dove gli insegnanti hanno una formazione solidamente improntata al Judo.
Il discorso merita un approfondimento a parte e cioè quanto la didattica tecnica dell’Aikido benefici o meno del fatto che chi la insegna sia o sia stato prevalentemente un Judoka e “poi anche” un Aikidoka.
Ci sono stati esempi illustri e probabilmente irripetibili di insegnanti arrivati ad altissimi livelli in più discipline del Budo, uno su tutti Shoji Sugiyama. Per queste persone e per i loro allievi più dedicati è probabilmente stato possibile arrivare a una sintesi delle varie Arti e giungere a un livello di integrazione tecnica assoluta.
Ma siamo sicuri che prendere a prestito tecniche da un’altra disciplina sia utile e funzionale?
L’approccio biomeccanico alla pratica del Judo è radicalmente diverso dall’impostazione dell’Aikido.
Là dove il mantra è “non tirare mai uke verso di te” esiste già una tecnica come koshi nage -guarda caso totalmente assorbita nel Judo- a rappresentare una singolarità all’interno di un programma tecnico altrimenti coerente.
Schienare il compagno un un ura nage o con un tawara gaeshi…Che cosa aggiungerebbe alla pratica dell’Aikido?
C’è un’espressione piuttosto comune in Giapponese che è 捨て身の攻撃 (sutemi no kogeki), che significa “attaccare alla disperata”, senza badare alla propria incolumità.
E qui torniamo al concetto iniziale di suteru. Crediamo fermamente che uno dei principi immutabili della pratica dell’Aikido sia l’attenzione all’integrità. Propria e del proprio compagno di pratica. Non sono interpretazioni arbitrarie di questa o quell’organizzazione. Sono specifiche indicazioni del suo Fondatore.
“Lasciar andare” il proprio corpo e “abbandondare” la propria sicurezza, attivando un processo di fiducia è uno dei requisiti principali della pratica.
Senza “buttare via l’immondizia” rappresentata dalla smania di controllo, da una visione egocentrica della vita, non è possibile alcun processo reale di crescita e di apprendimento. Questo è ciò che rende “sacra” l’opera di una disciplina.
Ma molto spesso succede che con la scusa della ricerca di una tecnica e con l’illusione di crederci capaci di sacrificare quanto di più prezioso abbiamo, in realtà trasformiamo l’altro in qualcosa da buttare via. Desacralizzando così la pratica e trasformandola nell’ennesimo gesto puramente fisico.
Siamo molto bravi a buttarci via e a cestinare così noi stessi e gli altri. Siamo disposti a sforzi irrazionali, accettati perché rivestiti da paroloni altisonanti dal suono esotico. Molto meno a comprendere che se chiediamo al nostro uke di cadere e di destrutturare il suo equilibrio, è perché noi stessi per primi dobbiamo rinunciare alle nostre tensioni fisiche, specchio crudele di quelle interne.
Quindi, se proprio vogliamo fare delle tecniche di sacrificio, accettiamo il paziente lavoro ella progressione didattica di cui siamo destinatari, lasciando l’approfondimento di sutemi waza nei corsi e negli ambienti in cui sono meglio insegnati perché meglio contestualizzati.

ho letto con molto interesse l’articolo e mi ha fatto piacere trovare il nome del mio Maestro,però c’è da rivedere quel passaggio perchè se è vero che molti aikidoka di un tempo erano judoka e che molti sutemi “sono” tecniche di judo, la scuola del Maestro Sugiyama deriva da quella del Maestro Mochizuki che apprese i sutemi dalla scuola Gyokushin ryu ( e il nome è già un manifesto) molto prima dello studio di judo e aikido.