Scisma

Il recente-che poi recente non è, perché affonda le radici fin dagli anni settanta- scisma in seno alla Chisa Cattolica ci offre l’occasione per fare qualche riflessione sulle dinamiche dei gruppi e delle comunità organizzate.

Uno sguardo rapido alla storia delle religioni ci mostra che divergenze e divisoni sono trasversali ai principali credo. Le varie correnti dell’ebraismo, le profonde divisioni nell’islam tra sunniti e sciiti, le diverse tradizioni nell’induismo e la pluralità delle prospettive filosofiche del buddismo ne sono un esempio.

Sembra quasi che là dove c’è il senso del sacro, lì ci sia anche il germe del dissenso. Se poi oltre alle questioni dottrinali la religione contempla anche una qualche forma di strutturazione gerarchica che per principio di autorità è deputata a definire i perimetri dell’interpretazione delle basi etiche e morali dei testi e dell’agire dei credenti, la spinta centrifuga pare una costante nella storia.

Con le dovute distinzioni e proporzioni, pare accadere lo stesso in ogni raggruppamento umano, che si aggreghi intorno a idee, valori e pratiche. Accade anche in quel piccolo mondo dell’Aikido.

A guardare bene, anche nell’Aikido c’è un’implicita (per alcuni esplicita) connotazione se non di religiosità, di sacralità. Non si tratta solo delle forme dell’etichetta prese in prestito dallo shintoismo (e questo già fa) ma soprattutto del perimetro che ogni praticante, allenamento dopo allenamento, traccia nella sua settimana. Uno spazio di riflessione, propriamente il significato di keiko, che gradualmente modifica, eleva, cambia le attitudini di chi segue la disciplina.

La pratica, l’ambiente e le relazioni che vi nascono divengono via via sempre più importanti per chi vi si dedica ed è naturale che questo generi un forte senso di appartenenza e di comunità.

Ѐ quanto è avvenuto a Morihei Ueshiba con i suoi studenti nelle varie epoche. Succede ancora oggi nei nostri Dojo.

La crescita dei gruppi, il bisogno di rafforzare istituzionalmente il prodotto del lavoro didattico attraverso gradi e qualifiche riconosciuti da commissioni e abilitanti all’interno degli ordinamenti dei vari stati, il piacere di diffondere le ricchezze della disciplina, la necessità di garantire la continuità della pratica e dei suoi principi oltre il tempo del sigolo docente e praticante… Tutto ciò porta inevitabilmente i gruppi a darsi una struttura.

Gerarchie, norme, terminologie, programmi, tempistiche, calendari… Dalle piccole aggregazioni private agli enti per finire a un raggruppamento federale, questo è lo schema con cui funzioniamo.

Si assiste, osservando la storia dei movimenti e delle persone che ne fanno parte, a un fenomeno curioso. Da una scintilla iniziale (il fondatore dell’Aikido) sono nate fiamme diverse (i suoi allievi) che hanno iniziato a diffondere il fuoco dell’Aikido quasi settant’anni fa. Poche persone, destrutturate, che hanno dato origine a un movimento.

Da quel nucleo originale, che pure doveva essere coeso, sono nate numerose -troppe- organizzazioni. Ciascuna convinta di essere nel giusto e di rispondere nel migliore dei modi tanto alla necessità di trasmettere e preservare gli insegnamenti ricevuti, quanto di rispondere alle esigenze della società.

E quando le organizzazioni si sono strutturate dentro cappelli istituzionali statali o sotto l’egida di enti funzionali alla promozione delle discipline marziali, si è assistito ciclicamente a tentativi…ecumenici di aggregazione a cui sono seguiti altrettanto forti forze centrifughe. Grandi proclami, porte sbattute e la costruzione di nuove forme associative e aggregative.

A chi gli obiettava che attraversare le Alpi con gli elefanti fosse impossibile, pare che Annibale abbia risposto: “O trovo una via o la farò”. A volte si ha la sensazione che dietro molte porte sbattute da soggetti che si dividono da una comunità ci sia il desiderio di crearsi la propria strada.

Noi non possiamo e non dobbiamo permetterci di giudicare la dimensione morale di queste scelte. Alla distanza spesso si osserva che la divisione è spesso una scorciatoia tentata per motivi più o meno nobili.

C’è chi è convinto di essere investito della sacra missione di preservare la tradizione e così, anziché contribuire da dentro, priva la comunità della sua prospettiva, relegando la tradizione a fossile, il fuoco a cenere. Sempre che -ed è anche qui il punto- che la tradizione sia stata effettivamente compresa e custodita.

C’è chi in fondo non trova spazio dentro determinate cerchie e così si costruisce un mondo a propria immagine e somiglianza. Il salto della quaglia è ancora ben presente anche nelle nostre discipline, così, mentre chi lo fa passa in poco tempo ad autoattribuirsi (o poco ci manca) gradi e qualifiche mirabolanti, allo stesso tempo si impone alla sua comunità come guida indiscussa, di fatto ricreando ciò da cui era scappato. E magari con regole ancora più ferree.

A volte poi si trova chi è insofferente alle regole delle istituzioni di cui fa parte e se ne crea a sua immagine e somiglianza. Oppure semplicemente migra dove ne percepisce di meno, salvo poi stupirsi che nel tempo le richieste fanno sempre la loro comparsa.

Nel parlare comune, il concetto di scisma è particolarmente legato alle religioni con un’autorità centrale riconosciuta, come dicevamo. Per questo motivo, nel cattolicesimo lo scisma ha un significato giuridico e teologico molto preciso, mentre in religioni prive di una struttura gerarchica unitaria si preferisce parlare di correnti, scuole o tradizioni anziché scismi ma la natura del comportamento umano non cambia.

E casualmente, anche il mondo marziale parla di scuole, tradizioni e a volte di correnti.

Allora siamo proprio sicuri che, quando con fierezza andiamo ad affermare che pratichiamo l’Aikido “tradizionale” o siamo della “scuola” di quel tale Sensei, o ancora siamo cultori delle antiche “correnti” (tale è il significato del termine ryu), non siamo anche noi un po’ scismatici?

Nello shu-ha-ri (守破離), il passaggio dalla copia pedissequa della forma (shu) alla propria interpretazione (ha) è inevitabile, così come è inevitabile il ri.

Ora, il ri, 離, da solo, rappresenta il trigramma degli I-Ching che rappresenta il fuoco, il sud. Quel fuoco che illumina perché aderisce a ciò che lo alimenta; simboleggia la chiarezza che nasce da una corretta relazione con ciò che la sostiene.

Eppure, nella sua grafia, rappresenta l’unico varco aperto (il sud) da cui uscire. Nell’incredibile potenza della grafia giapponese assume nel termine 離婚 rikon, la valenza della separazione, del divorzio.

Sentire la necessità di andarsene ma rimanere senza strappi pur rimanendo emotivamente e tecnicamente indipendenti è la sottile strada della vita adulta nelle relazioni. E anche della maturità nella pratica.
La suadente proposta dell’alternativa, della divisione e dello strappo è quanto con maggior frequenza agiamo.

Nei sogni di un anziano giapponese qualche decennio fa ci fu l’idea di aver trovato una pratica che fosse un “modo per riconciliare il mondo e fare degli esseri umani un’unica famiglia”.

Poi siamo arrivati noi.

Disclaimer: Foto di Jan Van Der Wolf da Pexels

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