Fusione e defusione

Vi offriamo oggi una lettura per chi di voi è sotto l’ombrellone o al fresco delle montagne. Un momento ideale in cui mente e corpo non sono immersi nelle routine dell’anno, che rendono talvolta più difficile guardare in profondità quello che facciamo. Buona lettura!

Tra le Discipline Marziali, l’Aikido è quella che si distingue, oltre alle sue peculiarità tecniche, per l’assenza di una specifica metodologia di allenamento finalizzata al combattimento -e in particolare al combattimento sportivo.

La progressione tecnica ed esperienziale è simile, per struttura, alle altre discipline che rappresentano il Budo giapponese. Anche nel Ju Jutsu, Judo e Karate la didattica è fondata su uno studio rigoroso del movimento, sulla sperimentazione dell’effetto dell’applicazione dei principi sul compagno di pratica e sull’esecuzione tecnica.

Nella fase di studio non esiste una reale possibilità di orientamento e di iniziale comprensione dei principi senza una grande disponibilità da parte di insegnanti e compagni di pratica.

“Regalare” la tecnica non è sminuire il compagno ma metterlo nelle condizioni di avviare il processo di apprendimento e di interiorizzazione.

Questo non avviene solo nei primi tempi, all’inizio del percorso di pratica ma ogni volta che in qualche modo si è principianti.  È sufficiente una modalità di pratica diversa, una prospettiva differente, una variante e il contatore si azzera, anche per cinture nere di una certa esperienza. Ciò che cambia, quando la pratica fonda su basi solide, è il tempo necessario per adattare il proprio sistema alle nuove proposte.

Dall’esterno, questa modalità di pratica può apparire indubbiamente ambigua. Si sprecano sul web migliaia di contenuti in cui si discute su efficacia, finzione, irrealismo, pratica collaborativa o non collaborativa

Ora, insegnare (e quindi imparare) a spezzare il polso con una tecnica (un’applicazione banalotta di nikyo ora) non richiede più di un quarto d’ora. Né richiede la frequenza ad anni di corsi di Arti Marziali.

L’applicazione di un principio mediante l’esecuzione di una tecnica può, di fatto, ottenere un livello di dolore tale da poter ottenere una sottomissione.

Del resto è da questa necessità che derivano, in Giappone come nel resto del mondo, le varie tecniche. Una leva articolare serviva per ledere, definitivamente.

Sul tatami le condizioni sono diverse. Diverse dai cambi di battaglia dei samurai ma anche molto diverse dall’imprevedibilità di una colluttazione per strada.

Gli attacchi sono codificati e molto semplificati e nessuno, sul tatami, attacca né difende con la medesima attitudine di chi doveva tentare di portare la pelle a casa. A ben vedere, per quanto estremo sia il livello fisico e tecnico richiesto, questo non succede nemmeno sul tatami sul quale sta per essere assegnata una medaglia olimpica.

Quindi? È tutta finzione? È un sofisticato metodo per illudersi di avere superpoteri all’interno di una vita in cui siamo confinati in rigidi cornici sociali e relazionali? 

Quando si ha il coraggio di sospendere il giudizio e di andare oltre, si inizia a vedere che la dimensione puramente tecnico-applicativa non è che il primo livello della disciplina. Imprescindibile nelle sue fondamenta ma estremamente riduttivo e pericolosamente limitato all’ascolto del proprio ego -e non del polso del malcapitato.

Un uke davvero oppositivo -in modalità rissa da strada, per intenderci- semplicemente è inutile. Almeno tanto quanto un tori robotico.

Lentamente si impara che non si sta “regalando” la tecnica. Si sta imparando a sentire, attraverso il corpo, il compagno. E, così facendo, se stessi.

Il concetto di awase (合わせ) fa riferimento ad un’idea di un perfetto incastro tra due individui diversissimi che, in quel momento, stanno co-creando qualcosa.

È nell’awase che, progressivamente, si fa esperienza di defusione.Si inizia ad eseguire e ricevere la tecnica in modo rilassato. Si tende a non prendere sul personale ciò che l’altro sta facendo. Si percepisce nettamente un grado di libertà superiore a quanto il corpo, vincolato da una presa, sperimenta. Allo stesso tempo si scopre una distanza abissale tra il mondo dei pensieri e il momento presente.

La ACT (Acceptance and Commitment Therapy, Terapia dell’Accettazione e dell’Impegno) è un approccio psicoterapeutico che parte da un’idea centrale: non possiamo controllare completamente ciò che accade nella nostra mente, ma possiamo imparare a non essere governati da ciò che vi accade.

Le discipline marziali, in particolare l’Aikido, rappresentano una via sperimentale per estendere all’intero nostro sistema psicofisico questo approccio.

Esattamente come solo creando uno spazio nella coppia che sta praticando può avvenire una tecnica, anche l’ACT cerca di introdurre uno spazio.

L’esperienza comune ci dice che spesso la nostra mente è intorbidita da pensieri parassiti. 

Però è possibile, anche e soprattutto grazie alla pratica, passare da pensieri come:

“Sto avendo il pensiero che questa cosa andrà malissimo” (che non appartengono solo agli adolescenti)

a:

“Posso lasciare che questo pensiero sia qui, sentire quello che sento nel corpo e decidere comunque che cosa voglio fare”.

Quello spazio tra pensiero, emozione e azione è, in buona parte, il cuore della flessibilità psicologica. Ed è il cuore dell’Aikido.

Accettare ciò che non puoi controllare, prendere distanza da ciò che la mente racconta, essere presenti e scegliere azioni guidate dai propri valori è il vertice di una disciplina che si colloca come catalizzatrice tra fusione e defusione. Tra essere un tutt’uno col partner e avere ben chiara la propria identità.

Si tratta quindi di favorire questo processo, con una disponibilità al lavoro di coppia che tenga presente che ognuno di noi è in questo divenire e che “tirare la tecnica” o essere oppositivi serve come momento di verifica delle capacità geometriche di esecuzione e molto ma molto meno per la crescita a tutto tondo dell’individuo.


Disclaimer: Foto di DS Stories da Pexels

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