Orgoglio e pre-jujutsu

In “Orgoglio e pregiudizio”, Jane Austen fa dire ad una dei personaggi la seguente frase:

“Perdonerei facilmente il suo orgoglio, se non avesse mortificato il mio”.

Premesso che in queste poche righe non parleremo di un orgoglio sano (ad esempio la soddisfazione di un padre che vede il proprio figlio crescere) ma di un orgoglio affetto dalla presunzione e  e dall’arroganza, è interessante soffermarsi su alcune sue caratteristiche. E sulle conseguenze che queste portano nella pratica di una disciplina marziale.

Iniziamo col dire che l’orgoglio e la presunzione sono tra le caratteristiche -difetti- che danno più fastidio nelle relazioni. A ben vedere, come nella frase del libro citata, possiamo perdonare tante cose. Possiamo ammettere di avere tanti difetti. Possiamo riconoscere molti errori.

Ma è molto improbabile che riusciamo ad avere pietà per l’altrui orgoglio. Esattamente come è molto improbabile che siamo consapevoli di avere anche noi quel po’ di presunzione addosso che non ci rende così amabili.

Anzi.

Siccome qualsiasi forma di relazione umana rispecchia in fondo la nostra vera natura, sembra piuttosto chiaro che tanto più siamo presuntuosi, tanto più l’orgogliosa arroganza altrui ci irrita.

Se ci concediamo il lusso di essere sinceri ogni tanto, possiamo dire che qualsiasi aspetto della nostra vita è attraversato da questa condizione e dalla relativa irritazione.

Consideriamo le nostre reazioni: fisiche, emotive, verbali… Chiediamoci quanto ci dà fastidio quando riteniamo che la tal persona non mi consideri, il tal gruppo mi rifiuti, quel tizio mi sminuisca, quell’altro mi sbatta in faccia la sua bravura, quella lì non si renda conto di me, quell’altra non mi saluti nemmeno. E così via.

Se ci analizziamo, vediamo come il primo meccanismo mentale a scattare quasi in automatico sia il confronto.

“Ma io non sono come quello lì”. Io sono quello che saluta, quello che accoglie, quello che considera. Io, io, io…

L’orgoglio è divisivo. L’orgoglio la butta sempre sul personale. L’orgoglio è la sorgente di una competizione che ha come obiettivo la distruzione dell’orgoglio altrui e l’affermazione del proprio.

Al Dojo come nella pratica è piuttosto facile riconoscere i segni di questa epidemia da cui nessuno è preservato. Piccoli gruppi che si coalizzano contro il compagno definito “problematico”; aumento dell’uso della forza con conseguente aumento di traumi e successiva escalation di litigi fisici e verbali; pratica confusa e distratta, ansie da prestazione assortite; rapporti impostati su via gerarchica o disconoscimento totale dell’altrui esperienza; sensei padri padroni e allievi passivi aggressivi; persone che si rifiutano di praticare tra loro; passaggi di grado visti come immeritati per sé o per gli altri e così via.

Fondamentalmente l’orgoglio, la presunzione, l’arroganza sono espressioni di quell’attitudine tale per cui tendiamo a porci totalmente al centro del nostro sistema etico, relazionale e morale. Cercando, consciamente o meno, di assurgere a divinità di noi stessi, finiamo col perdere totalmente di vista noi stessi. I nostri perché. La nostra natura.

E con questo, gettiamo alle ortiche anche le nostre relazioni, quali che siano.

Esistono antidoti a questo tipo di veleno così tossico?

L’orgoglio si combatte, in tutte le tradizioni, con l’umiltà. Un’umiltà però che non sia un orgoglio mascherato, con la faccia compunta. Inutile assumere comportamenti composti per poi legittimare i propri obiettivi. Per non cambiare mai.

L’umiltà si esercita col servizio silenzioso, con la disponibilità all’altro nonostante e proprio perché è “altro” da me. La sua “alterità” mi obbliga a rompere quel bozzolo in cui la mia crisalide sta marcendo, convinta che si stia meglio dentro che fuori.

L’umiltà si esercita puntando ad essere persone migliori…Di se stesse, non di altri. E possibilmente in riferimento a parametri assoluti, perché sennò si ricade sempre nel medesimo giochino, solo più sofisticato, fatto di paragoni, di valutazioni di…”secondo me”.

I desideri non sono un male. Ma dobbiamo farli tornare al loro originale significato di de-sidera, di puntare al cielo, a qualcosa di alto.

L’orgoglio sano si nutre di desideri sani. Fa crescere tutti, non esclude nessuno, non si vanta, non lede.

Quanto orgoglio ha la nostra pratica?

E, infine, è così interessante tornare alle tecniche “ju-jutsu”, anche se siamo convinti che siamo morbidi, sensibili e delicati , finendo di fatto con forme di combattimento solo perché non siamo in grado di riconoscere la fonte della nostra incapacità di costruire relazioni sane?

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