La non resistenza e il pacifismo di facciata. Il principio di muteiko 無抵抗

Aspirando sinceramente a una pace internazionale basata sulla giustizia e l’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione alla minaccia o all’uso della forza come mezzi per risolvere le controversie internazionali.
Al fine di raggiungere l’obiettivo del paragrafo precedente, le forze militari di terra, di mare e aeree, così come altro elemento potenziale di guerra, non saranno mai mantenute. Il diritto di belligeranza dello stato non sarà riconosciuto.

L’articolo 9 della Costituzione giapponese costituisce un unicum nel panorama del diritto degli Stati, con una rinuncia, espressa formalmente, alla costituzione e mantenimento di forze armate. Come accade spesso alle costituzioni di questo o quel Paese, anche quella giapponese è rimasta lettera abbastanza morta… E recenti  decisioni del governo giapponese stanno mettendo la parola “fine” ad un pacifismo mai compiuto.

Perché questa premessa?

In tutte le Arti Marziali è trasversale il concetto di muteiko (無抵抗), che si può tradurre con “non-resistenza”.

Ma che cos’è questa “non resistenza”? Possiamo iniziare a dire che cosa non sia.

Non è sicuramente sinonimo di totale passività o di totale irrigidimento di fronte a una forza esterna che viene per “attaccare”.

Non è sicuramente sinonimo di “non-violenza”. Può esserne una componente, ma la scelta di non usare eccessivamente la forza (tale è il significato di violenza) è altro rispetto al piano della resistenza. Banalizzando per semplificare: la non-violenza di Gandhi è stata pura resistenza rispetto ai soprusi del colonialismo.

Non è nemmeno sinonimo del fatto che automaticamente i marzialisti diventino per diritto divino pacifisti per il semplice fatto che si iscrivono a un corso di Aikido, Judo, Karate…

Anzi, a dirla tutta: pensare che il budo, espressione di quattro secoli di guerre civili in Giappone, sia una manifestazione del pacifismo significa probabilmente non inquadrare assolutamente né la Storia giapponese né le sue prospettive.

Quindi muteiko (無抵抗), composto da

mu, 無, il nulla, il niente

teiko, 抵抗, resistenza, in cui è interessante il kanji 抵, in cui è rappresentata una mano che colpisce all’interno di un clan. (Che fervida immaginazione i nostri amici Giapponesi!)

E’ vero che non sempre l’etimologia grafica, nel caso degli ideogrammi, permette di comprenderne la loro arcana natura… Tuttavia, se qui in occidente pensiamo alla resistenza, o ci viene in mente un fenomeno fisico o ci vengono in mente le storie dei partigiani.

Concepire una mano che inizia a colpire, a combattere, all’interno di un clan è una scelta di campo e di significato molto più chiara.

La sua negazione diventa allora “non-resistenza”.

Non resistenza come rifiuto di ogni forma di bieco comportamento di gregge (e non per questo come legittimazione di diventare, su tutto e sempre, dei bastian contrari). Il pacifismo autoimposto come facciata è una delle peggiori incubatrici di conflitto.

Non resistenza come rifiuto di ogni tentazione di mandare tutto in facile rissa (verbale, relazionale, fisica), svilendo noi stessi e l’altro attraverso un confronto basato su fattori esterni (forza) e non interni (presenza)

Non resistenza come rifiuto, soprattutto, di ritenersi vittime, prigionieri, di situazioni e decisioni terze: quando si ha la fortuna di esercitarsi con praticanti esperti, afferrarne i polsi e le braccia risulta simile ad afferrare l’aria, inconsistente e davvero “non-resistente”.

Il muteiko diventa quindi, in tempi di crisi, un ulteriore alleato per saper leggere se stessi e gli altri e avere così gli elementi necessari per costruire con un atto positivo quella pace che tutti cerchiamo e che solo alcuni trovano.

 

 

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