Dissonanze e consonanze: dal lockdown all’open-up. La prospettiva della teologia.

Da qualche tempo questo blog ospita contributi di specialisti di differenti aree di competenza con l’intento di offrire elementi di riflessione per facilitare la ripartenza delle attività e il ritorno alla socializzazione dopo mesi di limitazioni che hanno cambiato le nostre abitudini e che hanno impattato sul nostro sistema psicofisico. Oggi abbiamo chiesto a Chiara Bertoglio un contributo nella prospettiva della teologia. In altri post abbiamo ospitato le prospettive di dottori, ricercatori ed esperti della relazione, nonché di musicoterapisti. Riteniamo che il contributo di una teologa aiuti a mettere in evidenza l’importanza della componente spirituale che è propria di ciascun individuo, così come lo è la relazione col divino.
Chiara è nata a Torino 1983, è concertista internazionale di pianoforte, musicologa e teologa.
Diplomata sedicenne in pianoforte al Conservatorio di Torino, si è perfezionata all’Accademia di Santa Cecilia. Laureata in musicologia con lode all’Università di Venezia, ha completato i suoi studi con un dottorato di ricerca all’Università di Birmingham. La sua formazione teologica si deve a un Master di secondo livello in Storia del Pensiero Teologico a Roma, Tor Vergata e un MA in Systematic Theology presso l’ Università di Nottingham. L’attività di musicista la porta ad esibirsi presso sale come la Carnegie Hall di New York, il Concertgebouw di Amsterdam e l’Accademia di Santa Cecilia a Roma e ad insegnare presso il Conservatorio di Cuneo. Ha una ampia discografia di incisioni all’attivo, da Schubert a Liszt, da Mozart a Mussorgskij ed è impegnata attualmente nel grande progetto Bach&Italy. A tutto ciò, affianca una ricca attività pubblicistica. Collabora con diverse testate e ha pubblicato numerosi volumi per Effatà, Claudiana ed Edizioni Paoline spaziando dalla teologia alla musicologia, dalle monografie su Mozart, Schubert e Schumann
e sul legame tra musica e le Riforme religiose del Cinquecento. Visti i numerosi impegni di Chiara, la sua pronta disponibilità è un dono per noi molto prezioso. Buona lettura!

Sono stata invitata dai miei amici di sempre, Sara e Andrea, a portare un mio contributo sul loro blog, in riferimento ai tempi che stiamo vivendo, e dal mio personale punto di vista. Il mio “personale punto di vista” è in realtà… il risultato di diversi punti di vista, perché sono musicista, musicologa e teologa. Ma, soprattutto, sono una persona che, come tutti gli altri, si è trovata ad affrontare una situazione lunga, difficile, per la quale oggettivamente non era preparata, e alla quale sta cercando di dare delle risposte nel suo quotidiano.

Trovare in che modo la pandemia ci ha impoveriti è fin troppo facile. Ci ha impoveriti economicamente (portando molti in situazioni di povertà, di miseria, di fallimento); ci ha impoveriti di relazioni (quanto ci mancano gli abbracci, le serate spensierate, persino – chi l’avrebbe mai detto! – il pigia-pigia!); ci ha impoveriti di bellezza, negandoci i concerti, i viaggi, i musei, il cinema, il teatro, gli spettacoli, le manifestazioni tradizionali e così via.

E uno degli aspetti che personalmente trovo più difficili da gestire è la mancanza di un orizzonte temporale per “tornare alla vita di prima”, o a qualcosa di comparabile ad essa. Onestamente, mi ero illusa che i vaccini potessero rappresentare “la” soluzione; finché è venuto fuori che la protezione che offrono non è totale, non dura per sempre, e non vale contro tutte le varianti. Diventa difficile, in queste prospettive, riuscire a farsi coraggio e a tenere duro, perché non si sa fino a quando, e sembra chiaro che non ci sarà un giorno “X” a partire dal quale si possa essere “liberi tutti”.

In tutto questo, però, credo che, come esseri umani, siamo portati a interrogarci se in qualche modo possiamo trovare un senso a quello che accade, affinché tutta la sofferenza che sta caratterizzando questo periodo non sia solo un fardello di angoscia che pesa su ciascuno e sul mondo, ma possa anche fiorire in qualcosa di buono, per noi e per gli altri.

Personalmente, in questi lunghi mesi di pandemia, che ho vissuto in una situazione di estrema prudenza per la presenza di persone vulnerabili nel mio nucleo familiare, sono stata portata a confrontarmi con delle realtà che finora avevo un po’ evitato, perché scomode e difficili. Per indole e per carattere, sono portata a guardare sempre alle cose belle, agli aspetti luminosi e gioiosi della vita: e anche la mia vita di fede si nutre molto più del desiderio della bellezza di Dio, della percezione concreta di quanto si possa essere felici con Lui, che non del soffermarsi su aspetti dolorosi o faticosi.

Eppure, passo dopo passo, inavvertitamente, questi mesi mi hanno portata a fermarmi ai piedi della croce; a lasciarmi interpellare da quel mistero come luogo dell’amore più grande, e a capire che la bellezza più grande, la felicità più vera, si trovano proprio lì, dove apparentemente c’è solo orrore e angoscia.

Il fermarsi sotto la croce, comunque, è sempre solo un “preludio” (per usare un termine musicale!) a qualcosa di immensamente gioioso e felice, di infinitamente bello. Vivere, come ciascuno di noi ha fatto in questi mesi, con una percezione molto più concreta e immediata del mistero della vita e della morte ci porta, forse, a gettare lo sguardo oltre i confini del tempo, e ad affacciarci sul mistero ultimo della nostra vita. Sono discorsi che oggi si fanno poco; della morte nessuno ha piacere di parlare, eppure si tratta di una domanda che ci interroga sempre, di un tarlo che sembra rodere anche i nostri momenti felici, di una questione inevasa che, lasciata lì, semina inquietudine e angoscia, finché la vita stessa ci costringe a confrontarci con essa.

Ecco, in questi mesi di pandemia sono stata incoraggiata, per così dire, a guardare all’eterno, rispetto al quale il tempo che viviamo è solo un seme. I semi sono preziosi, e possono anche essere belli; ma il loro senso, la loro ragion d’essere, è nel germogliare in nuove spighe, infinitamente più belle e più ricche dell’apparenza dimessa e povera del seme.

Ho cercato allora di guardare alla vita come a una storia, a un racconto; provando, cioè, a considerare i suoi eventi, anche quelli apparentemente incomprensibili, come elementi di una narrazione che si sta ancora svolgendo, ma che non sono posti a caso nel racconto. Come in una musica, il nostro tempo è fatto di consonanze e di dissonanze; come in un racconto, di avventure e di disavventure. Ma quello che fa la differenza è sapere, intuire, credere o anche solo sperare che questi eventi costituiscano una storia, abbiano cioè un senso, e questo senso sia “provvidenziale”. La parola “provvidenza” contiene in sé il verbo “vedere”: ci fa pensare al fatto che l’eternità, lo sguardo di Dio, possa essere come un punto di vista dall’alto di una montagna, da cui il paesaggio sottostante è chiaro come su una carta geografica. È quando sei giù, in mezzo alla foresta, che ti sembra che non ci sia più né nord né sud, ti perdi e ti disorienti.

In musica, le dissonanze sono funzionali alle consonanze; e tante volte capiamo il senso musicale di un brano solo quando è terminato. Se lo interrompiamo a metà, ci può sembrare senza senso o assurdo. Se lasciamo un romanzo dopo poche pagine, non potremo mai farcene un’idea vera.

Così credo che sia veramente importante provare a fermarsi un po’ a pensare, o meglio a contemplare, quello che è l’esito ultimo del nostro cammino: l’esperienza luminosa, felice, senza fine e senza timori di una gioia perfetta, piena e illimitata.

Per me, questi mesi sono stati un’opportunità per provare a coltivare in modo più vero e intenso la preghiera. Non come evasione; non come “giustificazione” della sofferenza attuale (“adesso va male ma poi in paradiso ce la godiamo”): ma come apertura a un mistero che va oltre la mia comprensione, come possibilità di incantarsi nell’incontro reale e concreto, vivo e appassionato, con la bellezza di Dio.

Questo tempo di fatica può aiutarci ad aprirci il cuore a una ricerca profonda, magari leggendo qualche pagina del Vangelo, o mettendosi semplicemente qualche istante davanti al Crocifisso. In questo modo, il nostro “lockdown” sarà un… “open up”, un aprirsi. Anziché portarci a rinserrarci nelle nostre case, toglierci gli amici, portarci alla tristezza o alla depressione, questo tempo potrà forse aiutarci ad aprire il nostro cuore a Dio, e attraverso di Lui al mondo intero; scopriremo che le relazioni sono tanto più belle e vere quanto più vengono ospitate da un cuore disponibile all’incontro e al dono. E questo ci aiuterà a trovare una gioia viva, diversa, ma forse ancora più vera; e sarà un tesoro che ci accompagnerà anche nel ritorno a quella normalità che tanto desideriamo… avendoci aiutati a scorgere l’incanto della vita vera, oltre la stessa vita.  

Disclaimer: Foto di mododeolhar da Pexels

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