Il seminario che Francesco Re e Andrea hanno condotto lo scorso 1 novembre ha permesso ai partecipanti di percepire nettamente un’eco dal Giappone.
Abbiamo conosciuto Francesco Re in…piena pandemia. Nel 2021, Simone Chierchini ha chiesto ad Andrea di intervistare, insieme a lui e Alessandra Scialla proprio Francesco. Da quella serata è uscito un interessante volume, “L’allievo”, che consente di entrare dentro la vita di chi ha scelto di vivere, lavorare e praticare Aikido in Giappone.
Da quell’incontro, nato in semplicità e senza filtri, è nata un’amicizia. Francesco ci ha accolti a Tokyo nel 2023; al suo rientro in Italia è venuto a far visita al Dojo Hara Kai di Marco Rubatto presso il quale ci alleniamo ed è nata l’intesa anche sul tatami.
Finalmente, dopo il suo rientro definitivo in Italia, Francesco è stato la guest star dell’ultimo “Aikido Signature” che Novum Experience organizza per dare la possibilità a tutti -e non solo ai nostri allievi- di poter incontrare insegnanti di Aikido di primaria grandezza che riescono a portare quel qualcosa in più che ti aiuta a cambiare in meglio il modo di praticare e anche il perché della pratica stessa.
Sì, perché se usiamo la parola “seminario”, allora quel momento deve essere davvero un’occasione reale di semina e di coltivazione dell’individuo. Dopo qualche centinaio di eventi al di fuori del nostro Dojo, tra Europa, Stati Uniti e Giappone, crediamo sia doveroso ammettere che non sempre -nonostante le migliori intenzioni- il tatami è un vivaio.
A volte si percepisce stanchezza. Una stanchezza morale, didattica, organizzativa e relazionale che cerca di nascondere l’evidenza dietro il ripetere forme, il trovarsi tanto per trovarsi, il dover fare anziché il poter scegliere.
Un’eco dal Giappone, dicevamo. Il segreto del buon successo e del gradimento del seminar che abbiamo organizzato con Francesco risiede nel fatto che al centro c’è stata la persona. Di Francesco, in primis e di ognuno dei partecipanti.
Francesco potrebbe permettersi, per curriculum e competenza, di calare dall’alto il suo messaggio. Di imporsi. Molti lo fanno.
Lui no. Semplicemente ha mostrato se stesso, il suo percorso e il perché di determinate scelte didattiche.
Si dice che un grande chef sia valutato in base a come cucina una ricetta semplice come le uova strapazzate.
La progressione didattica sulle ukemi offerta da Francesco ha affrontato un argomento apparentemente semplice ma come tutte le cose semplici, richiede basi molto profonde per essere testimoniato. Nel suo insegnamento, Francesco ha creato un filo diretto con l’Honbu Dojo. Una metodologia che -mentre altrove si è cristallizzato anche l’insegnamento sulle cadute- testimonia il come e il perché a Tokyo si è deciso di modificare il modo di insegnare a cadere.
Sentirsi connessi con la tradizione e toccare con mano che questo termine non significa affatto staticità ma adattamento evolutivo, rilettura intelligente delle esigenze e delle competenze attuali, tutto questo ha affascinato i presenti che si sono ingaggiati senza risparmiarsi in un percorso dai ritmi sostenuti e che per molti richiedeva la disponibilità di lavorare al di fuori dei propri schemi.
A completamento delle suggestioni offerte da Francesco sul concetto di ricezione attiva (ukeru), Andrea ha proposto un’esperienza incrementale del concetto di kimeru, ovvero di decisione. Dalla continua dinamica tra queste due polarità si genera tutta l’interazione nella coppia che pratica Aikido.
Un percorso tecnico basato sullo studio del disarmo e volto a scoprire quanto i movimenti proposti da Francesco e Andrea fossero completamente sovrapponibili, sebbene i primi svolti a corpo libero, i secondi con l’utilizzo di un bokken o di un jo.
Mettersi all’ascolto di un’eco dal Giappone che risuona dalle prime sperimentazioni del Fondatore dell’Aikido significa sostanzialmente sforzarci di accettare l’unicità dei principi e, con essa, l’unicità delle esperienze di ogni praticante.
Gli stili sono il risultato dell’interpretazione personale di chi ha consolidato la sua esperienza rendendola trasmissibile ma gli stili non sono l’Aikido. Del resto, l’Aikido non è soltanto espressione fisica, né l’Aikido o i suoi valori possono essere resi accessibili esclusivamente con un linguaggio astratto, quasi da iniziati.
Concludendo, ci sentiamo di poter fare tre affermazioni.
La prima è banale: per poter dare occorre poter rifornirsi costantemente. Siamo grati al nostro Maestro perché è vero che quello che facciamo e proviamo a restituire è frutto del nostro impegno ma è pur vero che il lavoro di semina su di noi lo ha impostato e lo continua con pazienza dal primo giorno. E lo stesso può dire Francesco, che macina centinaia di kilometri ogni settimana per insegnare e formarsi in giro per stage.
La seconda è che si è affacciata a questo evento una nuova generazione di responsabili di Dojo, estremamente professionale, aperta, completamente dedicata. Persone giovani, ciascuna col proprio lavoro ma che hanno scommesso tanto, a volte tutto, per restituire a quante più persone ciò che a loro dà struttura. Tra i tanti, ci piace ricordare i ragazzi di Wabi Aikido House di Torino, che siamo andati a trovare l’indomani nel loro Dojo che profuma di buono, in tutti i sensi. Un profumo che ha anch’esso eco lontane: non sono mancati sul tatami insegnanti e praticanti che possono contare chi quaranta, chi cinquanta e più anni di pratica. Il loro entusiasmo illumina la strada di chi cerca di raccoglierne l’eredità.
Infine, lasciateci fare una piccola riflessione, diciamo, istituzionale. Dalla primavera di quest’anno siamo diventati parte dell’organigramma della FIJLKAM -Sara per la Difesa Personale, Andrea per l’Aikido nei nostri Comitati Regionali- e la nostra percezione sull’Aikido e in generale sulle discipline marziali è mutata.
Come praticanti di Aikido Sara ed io siamo sempre stati introdotti in una prospettiva di curare al meglio la formazione per ottenere il riconoscimento di gradi e qualifiche dal massimo organo nazionale preposto e, contemporaneamente, la graduazione Aikikai, con cosiddetti gradi “Honbu Dojo”. A nostra volta lo proponiamo come possibile scelta ai nostri allievi.
Il praticante ha un valore infinitamente superiore alla casacca di appartenenza. La casacca di appartenenza non è il praticante e non può sostituirsi al suo impegno di voler coltivare la disciplina e, con essa, se stesso. Questo lo abbiamo capito anche grazie a questa doppia anima.
Una doppia anima che rafforza il compito principale di chi è chiamato a responsabilità di tipo istituzionale, cioè consentire a ciascuno di avvicinarsi a ciò che le istituzioni custodiscono, nelle migliori condizioni.
FIJLKAM e Aikikai di Tokyo, che perlomeno in Italia, significa sostanzialmente FIJLKAM e le relazioni in convenzione con gli Enti di Promozione Sportiva che fanno da ombrello alle associazioni che, singolarmente, hanno rapporti diretti con Tokyo, insieme ad Aikikai d’Italia, sono chiamate a dialogare per mettere costantemente al centro l’interesse della persona. Non lo stile, non le modalità tecniche. E nemmeno, consentiteci, i gradi. Ma la persona.
Questo piccolo miracolo è ciò che è successo con Francesco Re ed è nostra responsabilità non solo replicarlo in futuro ma lavorare perché questo dialogo e questo modo di vedere un “noi” più ampio possano porre le basi per una crescita armonica del movimento nella sua globalità.
