L’amore sul tatami

In quel piccolo spicchio di mondo che chiamiamo Dojo, si riproduce ogni dinamica che esiste nel più vasto mondo che c’è al suo esterno, comprese quelle dinamiche relazionali che ci portano a fare qualche riflessione circa l’amore sul tatami.

Non sono molti ad aver affrontato in maniera più approfondita l’argomento. Lo ha fatto Marco Rubatto su Aikime, in passato, concentrandosi su alcuni particolari aspetti.

Un pratica marziale implica una condivisione protratta di tempi e spazi. Una condizione di prossimità fisica che, in discipline come Aikido e Judo, dove il contatto è prolungato, favorisce lo sviluppo di una certa qual forma di intimità tra praticanti.

L’essere umano è di natura incline alla relazione. La continuità di una relazione crea legami. E’, più o meno, il motivo per cui si creano rapporti tra compagni di studio, tra colleghi, tra praticanti… Si trascorre spesso più tempo con queste persone che con parenti e familiari.

Accettare e ricercare il contatto, per di più in una condizione non proprio identica a una cena romantica, crea presupposti per relazioni di una certa profondità. Sono tutti capaci a fare una cena a lume di candela, con il vestitino per l’occasione,i capelli appena sistemati, il trucco in ordine…

Non è così scontato entrare in una relazione fisica con una persona che gradualmente, tecnica dopo tecnica, suda. Accettare di andare a posare mani e faccia dove prima c’erano gli altrui piedi.

In queste condizioni, persone che nella vita fuori dal tatami non accetterebbero che un quasi sconosciuto entri in contatto con le loro parti sensibili, danno a se stesse e agli altri il permesso, seppur temporaneo, di farlo.

L’amore sul tatami può nascere e di fatto nasce. Nasce un senso di fraternità con persone che non sono tuoi parenti. Nasce un senso di paternità, specie nei confronti dei più piccoli se si è loro insegnanti. Si sviluppa anche un senso di figliolanza, quando gli allievi anziani e gli insegnanti riflettono i valori che insegnano.

Non sempre quindi l’amore sul tatami si manifesta come passione travolgente o come colpo di fulmine. Spesso si sviluppa lentamente, tra un kata e un randori, tra uno scambio tecnico e una pausa condivisa. E’ un amore fatto di rispetto reciproco, di fiducia crescente, di piccoli gesti che parlano più delle parole: un aiuto a rialzarsi dopo una caduta, una correzione paziente, uno sguardo che comunica incoraggiamento.

Ma c’è anche un lato più sottile, più fragile: il confine tra attrazione fisica e rispetto del limite. Saperlo riconoscere è parte della pratica stessa. Il tatami diventa allora una scuola di sensibilità, dove si impara a leggere segnali, a calibrare il contatto, a bilanciare desiderio e disciplina. Ogni gesto tecnico porta con sé un implicito patto di fiducia: non ferire, non oltrepassare, non giudicare. Eppure, in quella stessa fisicità controllata, può insinuarsi un desiderio che cresce quasi silenzioso, fino a farsi inevitabile.

Succede tantissimo tra gli adolescenti, che sono nella loro fase di scoperta di se stessi e del mondo. La vita stessa ha le sue leggi di attrazione che sono più forti dei confini del Dojo ed è responsabilità di insegnanti e del gruppo consentire un’esplorazione rispettosa dell’esistenza dell’altro. Di un mondo che attira e che richiama alla completezza e al superamento della dualità -guarda caso, esattamente come l’Aikido.

Non tutte le relazioni che si vivono sul tatami conducono ai medesimi esiti. Alcune restano ricordi sospesi, leggere come un gesto tecnico ben eseguito, altre si trasformano in relazioni profonde che si estendono oltre le quattro linee del tatami. Ma in ogni caso, quell’esperienza lascia una traccia: insegna a conoscere se stessi, a rispettare l’altro, a percepire che la prossimità fisica, se vissuta con attenzione e consapevolezza, può diventare veicolo di emozione autentica.

Sul tatami, quindi, si impara molto più di tecniche di caduta o di leve articolari. Si impara a riconoscere e coltivare il legame umano più sottile: quello che nasce dal contatto, dalla fiducia, dalla vicinanza condivisa. E in quel piccolo spicchio di mondo, tra sudore e concentrazione, l’amore può davvero sbocciare, silenzioso ma potente, come un fiore che cresce dove meno te lo aspetti.

Sboccia per le coppie che si sono avvicinate insieme alla pratica e che accettano la difficoltà di conoscersi sotto nuove prospettive.

Cresce per quelle che si sono create su quelle materassine.

Irrobustisce i più, che hanno una vita di relazione che punta a nulla togliere a chi rimane a casa durante gli allenamenti ma a restituire la versione migliore di sé, rappacificata e proattiva.

Rilancia quanti portano con sé le ferite di relazioni che sono andate in frantumi, facendo scorgere la possibilità di momenti sereni con altre persone, su una piattaforma comune.

Consente a chi è single di vivere con rispetto la propria condizione, che sia scelta o subita, offrendo spazi di intimità in un ambiente protetto con molte più persone di quanto non si possa immaginare.

Aiuta la normale transizione dall’idealizzazione alla realtà. L’insegnante viene visto un po’ come il supereroe e questo è abbastanza normale se si è bambini. Da bambini l’affetto per una buona maestra è una delle leve più potenti per la crescita.
A un certo punto, l’affetto matura e si inizia a voler bene -all’insegnante, a chiunque- nonostante i reciproci, evidenti limiti. E’ il motivo per cui gli adulti che mitizzano il loro insegnante lasciano sempre qualche sensazione dolciastra.

L’amore sul tatami è bellissimo e fragile e richiede la più alta delle attenzioni per poterlo preservare.

Disclaimer: Foto di Designecologist da Pexels

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