La ripresa delle attività è sempre un momento particolare. Non solo nelle Arti Marziali.
Il ritorno alla routine; il rientro da vacanze trascorse lontano da casa o comunque “altrove” rispetto alle proprie abitudini; il passaggio dal tempo liberamente gestito al tempo incorniciato dal lavoro, dallo studio e da tutto ciò che è “dovere”…
Non è semplice, anche quando ripartire significa avere la curiosità e l’entusiasmo di rituffarsi nelle attività quotidiane le quali, fortunatamente, non sono necessariamente solo e sempre monotone e pesanti. Anzi.
Abbiamo la fortuna di poter osservare l’impatto del rientro -anche sul tatami- su tutte le fasce di età. In questa prima settimana dopo le vacanze abbiamo potuto notare che, a prescindere dall’età, l’attitudine con cui si ricomincia è la stessa. Un mix di curiosità, entusiasmo e volontà di riprendere un’abitudine che fa parte integrante ormai della settimana.
Ci sono, in altre parole, motivazioni per cui si torna a calpestare il tatami. Ognuno ha le sue, più o meno esplicite e consapevoli. Non si può mettere infatti sullo stesso piano il perché di un adulto con le motivazioni di un bambino di sei anni. Non perché non ne abbia il bambino, anzi.
Il bambino che ai primi di settembre si trova catapultato dal mare alla città, magari in un nuovo percorso scolastico e indirizzato dai genitori con tutte le migliori intenzioni su un tatami, può sentirsi lì per lì disorientato.
Generalmente l’ambiente, la presenza di altri coetanei che si divertono, l’atmosfera serena e la curiosità, prendono il sopravvento. Raramente avviene per alcuni la piccola crisi di pianto, risultato un mix insondabile di paure, sensazioni di abbandono, abitudine ad essere al centro dell’esclusiva attenzione di tutti gli adulti intorno e chissà quali altri aspetti. Succede ed è assolutamente normale.
È esperienza comune che la stessa proposta genera su due individui risultati differenti. Quindi il buon tecnico è colui che riesce a offrire al gruppo e al singolo, contemporaneamente, uno strumento per fare un percorso utile.
Questa è la ragione per cui, pur non essendo facile, è molto più semplice per un insegnante limitarsi a offrire un percorso tecnico, anziché andare a strutturare una traiettoria che, attraverso la tecnica -seria, chiara, misurabile- conduca anche a uno sviluppo integrale della persona.
Diventa necessario stimolare quindi il dialogo, al livello e con i contenuti possibili e funzionali rispetto al pubblico. Del resto l’Aikido, così come ogni Arte Marziale, non è possibile senza la relazione -col compagno di pratica, quindi col gruppo, con l’insegnante e con se stessi. Senza stimolare un feedback continuo e utile, il percorso sul tatami è pericolosamente autoreferenziale.
Non c’è, purtroppo e per fortuna, una regola o un manuale di istruzioni. Ognuno ha il suo carattere e le sue sensibilità. C’è il taciturno e quello che parlerebbe anche da morto. Quello che racconta barzellette e quello serissimo. Quello più razionale e quello più artista. E così via.
Vale per tutte le fasce di età.
C’è però anche lui (o lei). Quello che le cose le fa.
Che c’è, fisicamente.
Che quando tu fai una domanda al gruppo non risponde mai.
E che dopo che tutti hanno dato un loro contributo, qualsiasi fosse la domanda, ti risponde con un laconico e sofferto: “Boh”.
– Che cosa provi quando fai una caduta?
Boh.– Che effetto fa applicare una leva, sapendo che stai scegliendo di non rompere il polso del compagno?
Boh.– Ti sei accorto che l’esercizio chiedeva che tu ti spostassi a destra e sei andato a sinistra?
Boh.
Capita soprattutto con gli adolescenti -e se ci ricordiamo come eravamo noi da adolescenti, dovremmo avere l’onestà intellettuale di ricordare anche che con alcuni amici eravamo un fiume di parole e con altri, magari a casa, cadevamo in un mutismo selettivo fatto di “Sì”, “No” e “Boh”.
Poi però, grazie a chi non si è rassegnato di avere da noi delle risposte evasive, siamo cresciuti. Nonostante tutto e nonostante noi.
Ecco, crediamo che l’Aikido sia un’ottima palestra per smettere di avere la scorciatoia -non così comoda- del “Boh”, consapevoli al contempo che l’ambiente delle Arti Marziali, vissuto senza istruttori e compagni che stimolino una ricerca di senso, può diventare un luogo in cui smettere di pensare. Che non è mai una gran buona idea.
Non affrontati con competenza, quei “boh” rimangono. E diventano adulti incapaci di decisioni. Di pensiero autonomo. Di responsabilità. Di capire che la vita può essere vissuta per scelta e non per inerzia.
E tu quando rispondi “Boh”?
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