Il sublime, come ogni altro concetto, è molto evocativo ed è radicato nell’esperienza personale. Parli di sublime e pensi a opere d’arte, paesaggi, spettacoli della natura. Più raramente lo si associa a una pratica marziale come l’Aikido. Eppure, proprio l’Aikido offre una chiave sorprendentemente ricca per ripensare il sublime, mettendo in dialogo la concezione antica e quella moderna.
Duemila anni fa un anonimo autore greco scrisse il Trattato del sublime, una delle opere di riferimento della storia del pensiero occidentale sull’estetica. La tesi di fondo di questo scritto era consisteva nell’osservare come il sublime non sia un semplice effetto estetico, ma l’espressione di una grandezza dell’animo. Una condizione che nasce da pensieri elevati, passioni autentiche e da una nobiltà morale che si riflette nello stile usato per un’opera.
In questa prospettiva, il sublime non persuade: travolge. Eleva lo spettatore e il lettore perché rivela qualcosa di più grande dell’ordinario umano, senza però negare l’umano stesso.
Questa idea trova un’eco profonda nell’Aikido. Sul tatami, la vera “tecnica sublime” non è quella più spettacolare, ma quella che scaturisce dalla presenza, da una chiara intenzione, da un profondo radicamento e dalla connessione reale e non solo fisica nella coppia di pratica.
Come per l’autore del Trattato, anche nell’Aikido la tecnica è secondaria rispetto alla qualità dell’essere. Un movimento può essere formalmente corretto e tuttavia vuoto; un altro, magari imperfetto, può invece comunicare una forza che “eleva” chi lo riceve e chi lo osserva.
Un travolgere che non è quindi sopraffare il compagno di pratica ma avvolgere l’esperienza di pratica di un senso superiore, dato dall’insieme di tecnica, intenzione e prospettiva condivisa.
In tempi più recenti il sublime cambia prospettiva. Filosofi come Burke ma soprattutto Kant, non lo legano più alla qualità di un’opera o del suo autore, ma all’esperienza esperienza soggettiva.
In questa prospettiva, il sublime nasce dallo smarrimento che origina dal confronto con una forza che eccede la capacità del singolo di contenerla e di comprenderla e, soprattutto, nasce dal limite dell’immaginazione e del controllo.
Il sublime moderno è spesso legato al terrore, purché vissuto a distanza: una potenza che non possiamo dominare, ma che ci costringe a ridefinire noi stessi.
Nel linguaggio dell’Aikido, questo momento coincide con l’attacco reale. Di fronte a un’energia che mira a travolgere il nostro centro, il nostro sistema psicofisico perde le sue sicurezze abituali, le reazioni istintive falliscono e ciò che crediamo di poter controllare si rivela insufficiente.
È qui che emerge una forma di sublime tipica dell’Aikido: non la vittoria sull’altro, ma il superamento del proprio limite reattivo.
L’Aikido si colloca in una posizione singolare tra le due concezioni del sublime.
Come nell’antichità, il centro è l’essere umano: la pratica mira a una nobiltà interiore, a un ampliamento della coscienza, a un’azione che nasca da un’anima che usa la pratica costante per elevarsi.
Contemporaneamente, come nell’accezione moderna, però, questo avviene passando attraverso il fallimento: l’impossibilità di opporsi frontalmente alla forza, la rinuncia all’illusione di dominio.
Nel momento in cui il praticante smette di resistere e accetta il limite, si apre una dimensione nuova. Uno spazio e un tempo in un cui l’energia dell’attacco non viene annullata ma trasformata e integrata in un movimento più ampio.
Questo passaggio -dall’opposizione all’armonia- è un’autentica esperienza del sublime: destabilizzante, ma profondamente trasformativa.
A differenza di molte esperienze sublimi moderne, l’Aikido non si fonda sul terrore fine a sé stesso. Il suo sublime non è distruttivo, ma riconciliativo.
Sul tatami infatti non c’è annientamento dell’altro, non c’è esaltazione dell’ego quanto piuttosto un senso di partecipazione a qualcosa di più grande del singolo. Ognuno di noi sa guardare alla propria esperienza di pratica e misurare la distanza tra teoria e realtà. Una realtà fatta talvolta di derive egocentriche, di sopraffazione, di individualismo.
In questo senso, l’Aikido sembra recuperare l’intuizione più profonda dell’antichità: il sublime è ciò che avvicina l’umano al divino, non attraverso la violenza, ma attraverso una grandezza che nasce dall’armonia.
L’Aikido ci invita a pensare al sublime non come un concetto astratto, ma come una pratica vissuta. Un’occasione per portare alla luce antico e nuovo, grandezza interiore e attraversamento del limite, restituendoci una profonda capacità trasformativa del conflitto e la consapevolezza della totale inutilità dell’uso sproporzionato -violento- della forza.
Sul tatami, il sublime non è spettacolo né teoria: è quell’istante in cui il movimento accade senza forzatura, l’io si fa trasparente e l’azione proviene da un centro più ampio perché originato dalla coppia.
Un istante raro, ma sufficiente a spiegare perché, come direbbe l’anonimo autore greco di duemila anni fa, alcune esperienze non si dimenticano: elevano.
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