Andrà tutto bene

“Andrà tutto bene”. Una frase che sei anni fa ad oggi iniziava ad essere appesa a balconi, ripostata con hashtag in qualsiasi social network.

Un’esigenza di rassicurazione che ci portiamo dietro dall’infanzia. Il bisogno di sentire l’abbraccio forte di un padre e la carezza dolce di una madre che ci dicono: “andrà tutto bene”.

Sei anni dopo siamo qui, con la pandemia alle spalle, ad assistere ad una guerra nel cuore dell’Europa. Testimoni di orrori atroci in una terra che di santo ha il passato e il futuro ma non il presente. E spettatori dell’ennesima polveriera esplosa nel Medio Oriente, ultima di una lista di scenari di guerra che, anche se meno enfatizzati, esistono e vanno avanti da anni.

Non abbiamo la pretesa di poter parlare a nome di altri ma l’impressione è che qualcosa sia andato storto. Del resto, eravamo sinceri quando dicevamo “andrà tutto bene”?

O in qualche modo era nient’altro che un totem. Un amuleto. Un’ancora a cui stare attaccati e aspettare che la bufera passasse, sperando che non ci cambiasse?

C’è un monologo in John Rambo (2008) in cui il protagonista, nei preparativi di una missione è tormentato interiormente e dice a se stesso:

Sai chi sei, di che cosa sei fatto… Hai la guerra nel sangue, non resisterle! Non hai ucciso per il tuo Paese, hai ucciso per te stesso! Dio…Non ti perdonerà mai. Quando sei alle strette…Uccidere, è facile come respirare

La pressione rivela chi siamo. Lo sa molto bene chiunque abbia vissuto l’esperienza di stare nell’occhio di quel piccolo ciclone marziale che è un randori, un attacco libero -o un jiyu waza con più attaccanti.

Lì -e solo lì- vediamo situazioni particolari, tanto più eclatanti quando è un bambino a vivere questa condizione. Un bambino non conosce le tecniche avanzate e men che meno il programma tecnico da cintura nera, eppure, lasciato libero di agire sotto la pressione degli attacchi, le esegue. Spontanee e potenti.

Allo stesso modo, persone che nell’esecuzione tecnica sono mediamente competenti, si bloccano o vanno in crash emotivo. Succede soprattutto agli adulti.

Crediamo che la pratica di una disciplina marziale aiuti a poter affermare che “andrà tutto bene”.

Ma non perché i problemi cesseranno magicamente di essere tali. Né perché, con la tecnica suprema, saremo in grado di vincere ogni sfida.

Perché le sfide possono essere uno strumento di esplorazione dell’ignoto e sottolineare quanto noi riempiamo il nostro zaino da esploratori…di cose pesanti e inutili.

Resistere non è sbagliato di per sé e la “resistenza” può essere anche nobile, se è l’espressione di una visione più ampia. Se però resistere significa non essere disposti a cambiare e stringere i denti e basta, aspettando che tuto passi… Ci si logora e si rischia di finire morti dentro, chiusi senza via di uscita nel vicolo cieco di John Rambo, con nessuna alternativa al dilemma “O me o te”.

Non è un caso che il tentativo di trovare, sul piano umano, una terza via, sia stato fatto da un Morihei Ueshiba anch’esso reduce. Reduce da guerre, a suo modo superstite -come ogni giapponese- dell’olocausto nucleare.

Abbiamo avuto la fortuna di poter conoscere reduci, dentro e fuori la nostra cerchia familiare. C’è qualcosa di profondamente doloroso in quegli sguardi ma anche un segno di un’enorme capacità di amare. Una fiducia, nonostante tutto e tutti, che gli uomini e le donne possano trovare una via per mettere da parte le proprie visioni particolari e costruire concordia, senso, prospettiva.

Pace.

Disclaimer: Foto di Alexander Grey da Pexels

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