Uno dei tanti doni dell’Aikido, praticato e insegnato, è certamente la maggior cura che si dà alle parole e al loro uso.
“Se” e “quando”, per esempio. Sono due paroline piccole piccole ma molto potenti.
La prima è pericolosa, perché abbiamo imparato come allievi e docenti che ogni volta che viene usata, attiva aree della nostra mente che sono deputate a creare scenari su scenari.
Un’attitudine che torna utile per capire, per esempio, che se rimango fermo su un binario, probabilmente il treno mi investirà. Formulare scenari aiuta certamente a prendere decisioni.
Tuttavia, formularne troppi, per di più durante l’apprendimento tecnico, mette l’allievo in una condizione di altissima distrazione. D’altra parte, un docente che nello spiegare usasse troppe volte il “se”, non solo intorbidirebbe il suo messaggio ma risulterebbe molto difficile da essere seguito, compreso, capito.
Per questo motivo, dal punto di vista didattico, risulta molto più potente ancorare un minor numero di scenari al “quando“.
Il “quando” rimanda ad una situazione che non rimane nel dominio delle ipotesi ma, intuitivamente, il nostro sistema riconosce come reale. Come qualcosa che è accaduto o accadrà.
Nel katageiko 形稽古, nell’allenamento formale, i ruoli e gli attacchi sono codificati a tal punto da rendere superfluo sia il “se”, sia il “quando”. Nella coppia si sa in anticipo che cosa tori e uke andranno a fare. Difficile sorprendersi e inutile ragionare sul “quando”: il fattore tempo si dilata a tal punto da consentire lo studio ripetitivo, geometrico di una forma.
Ci sono modalità di pratica (gli studi in ritardo, o in anticipo rispetto all’attacco e in generale tutta la pratica in movimento fluido), in cui si pone maggiore enfasi sul tempo in cui si svolge l’azione. Sul “quando”.
La didattica e la pratica del ki no nagare 気の流れ, del go no sen 後の先, del sen no sen 先の先 e del sen sen no sen 先々の先 sono una necessaria componente complementare agli studi delle tecniche in forma statica. Dalla geometria alla spazialità del movimento, l’Aikido esplora ogni dimensione della relazione fisica nella coppia di pratica.
Eppure, anche nel “quando” abbiamo notato in più di un’occasione spuntare la gramigna invasiva del “se“. Questo lo abbiamo visto in tutti gli stili e tutte le didattiche che abbiamo conosciuto fin qui.
Il motivo non risiede nello stile, né nella disciplina ma nel modo in cui il nostro sistema psicofisico si approccia alla realtà.
La stessa interfaccia su cui stiamo scrivendo -e voi: leggendo- queste righe riflette in termini elettronici e informatici lo schema “se-allora-oppure” di modellizzazione, previsione e gestione eventi con cui viviamo, analizziamo e cerchiamo di dare forma alla realtà in cui siamo immersi.
“Uke attacca tori, che imposta un’azione fatta così e cosà, allora uke si riposiziona perché così allora può…”
E “se e quando” si sovrappongono, togliendo ossigeno all’unica esperienza che davvero fa vivere una disciplina come l’Aikido (in realtà tutte le Arti Marziali): vivere il qui ed ora.
Oppure no. Oppure è proprio questa una delle trappole, per citare Dave Lowry, messe a disposizione degli insegnanti, per far toccare con mano ai praticanti quanto siano polarizzati dall’esclusiva esigenza di costruire scenari e ruoli in cui stare in fondo comodi, trasformando così la pratica e l’intero suo riflesso nella vita al di fuori del Dojo in una gigantesca opera di costruzione di una narrazione. E non di scoperta del sé.
Tra “se e quando” spunta all’improvviso il perché. Il perché delle proprie intenzioni e delle conseguenti azioni.
L’Aikido, per sua natura contemporaneamente attività psicodinamica e “Budo razionale” può fornire abbondanti perché geometrici ma attiva, che lo si voglia o meno, potenti istanze di senso e di coerenza.
E sono proprio i nostri meccanismi di risposta –attacco, fuga e negazione– a scatenare quel lavoro interno che, visto dal di dentro, porta ciascuno di noi a uno stato di miglioramento personale, di cura contemporanea della forma e del principio, della disciplina e delle relazioni.
Visto dal di fuori…Beh, pensiamo un momento a come ci sembrano “gli altri”. Gli altri praticanti, le altre scuole. Gli altri insegnanti.
Siamo talmente attaccati al “se e quando” che nel momento in cui la loro pressione tecnica dopo tecnica ci fa intravvedere la necessità di mettere ordine, preferiamo spesso cedere ad essi e non piuttosto a usarli come trampolino.
Ci rifugiamo nello studio tecnico e catalogativo. Oppure nei voli pindarici della sofisticazione ideologica. O nella bulimia esperienziale. A volte in quel rapporto disfunzionale basato su gerarchie imposte o autoimposte in cui ritagliare ruoli, attribuirsi peso e importanza.
“Se e quando” tutto questo inizia ad essere palese, molti smettono. E’ esperienza comune.
Ma probabilmente la realtà è che l’Aikido è appena iniziato.
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