E se provassimo a guardare alle nostre attività come se fossimo custodi di segmenti di vita?
La scuola, le esperienze lavorative, le relazioni. Non a caso si parla di fasi della vita: un fluire continuo, una strada fatta di tratti tra loro ben distinti e che, nonostante questo o proprio per questo, si raccordano.
Ѐ più immediato riscontrarlo nell’età evolutiva. Da un lato la crescita fisica, che fino all’età adulta sembra inarrestabile e porta un “coso” di poco più di tre chili ad essere un adolescente di ottanta nel giro di pochi anni. Dall’altro, un insieme di segmenti con chiari confini, spesso dettati dall’impostazione scolastica: il nido, la scuola materna, le elementari…
Forse per l’esigenza di organizzare la società o forse per il tentativo di dare una cornice a qualcosa come la vita che è più ampia di qualsiasi perimetro, imbrigliamo il nostro tempo all’interno di segmenti. Parti di vita che dedichiamo alla ricerca di una qualche forma di stabilità (affettiva, economica, di salute). Sezioni in cui ci dedichiamo a coltivare il nostro tempo, a domare le nostre energie e dare forma e direzione alla nostra traiettoria.
Nel ripercorrere questi tratti realizziamo, per esempio, che la nostra formazione si deve a quelle persone che hanno saputo custodire quel tratto di strada che chiamiamo, per esempio, scuola. E ci rendiamo conto di quanto profondamente abbiano inciso in noi quei custodi competenti e amorevoli. Vale anche il contrario, purtroppo, laddove l’imperizia e l’immaturità hanno lasciato in disordine quei segmenti.
Succede in ogni fase della vita, tanto nelle relazioni con gli altri quanto in quella con noi stessi.
Ѐ qui che può venire in aiuto la pratica di una disciplina. Diventa difficile riuscire a vivere in pieno un segmento della propria esistenza se non si ha la capacità di comprendere ed indirizzare gli inevitabili conflitti interiori. Sul tempio di Apollo a Delfi, l’antica iscrizione γνῶθι σεαυτόν, conosci te stesso, si rispecchia nell’invito orientale di “svuotare la tazza” per poter bere ciò che è offerto da un maestro. E invitava e invita ancor oggi al primo, fondamentale passo per vivere una vita piena: imparare a essere custodi di se stessi.
Come praticanti, siamo responsabili di sfruttare al meglio il tempo vissuto nella pratica, diventando guardiani e custodi tanto della nostra esperienza, quanto di quella dei nostri compagni di pratica.
Come insegnanti, abbiamo il dovere di non perderci per primi, se davvero sentiamo la responsabilità di poter garantire un ambiente funzionale alla ricerca a chi si affida a noi. Questo significa essere disponibili e aperti senza essere impositivi. Significa anche saper orientare costantemente il senso dello stare insieme e indicare la direzione. Una direzione che non punta verso l’insegnante ma verso l’esigenza imprescindibile di comprendere, trasformare e migliorare il quotidiano.
Come responsabili dei movimenti di cui facciamo parte, custodire significa primariamente garantire che chiunque possa accedere alla pratica e che le istituzioni che rappresentiamo possano (non: debbano) essere la casa in cui chiunque possa esprimere la propria linea tecnica e così realizzare le proprie inclinazioni.
Custodire questi segmenti significa accettare anche che questi abbiano un inizio e una fine, a condizione che si lavori perché da un’esperienza che termina possano sorgerne altre che vadano oltre e che rispondano alle molte esigenze della società che possono essere tutt’ora soddisfatte mediante i principi di una disciplina.
Nell’Aikido, come del resto in qualsiasi altra disciplina, bisogna essere attenti a custodire il fuoco e non le ceneri. Magari ricordandoci che un centinaio di anni fa non esisteva nemmeno l’Aikido e non è detto che fra cent’anni esista ancora. Forse si chiamerà in modo diverso. O forse continuerà ad esserci.
Ma se domani ciò che chiamiamo Aikido esisterà è perché oggi saremo stati capaci di custodirne i principi e renderli accessibili, comprensibili e utili a noi e a chi incontreremo.
Disclaimer: Foto di Brett Sayles da Pexels
