Come arricchirsi grazie ad un conflitto? La prospettiva non duale

Come arricchirsi grazie ad un conflitto? Se guardiamo alla vita di tutti i giorni, quell’insieme di piccole storie personali che insieme fanno la grande Storia che si studia sui libri, notiamo che il conflitto è una costante nelle vicende umane.

Ben lungi da essere qualcosa di sradicato anche nelle cosiddette società civili, la conflittualità appare un po’ ovunque: ansie personali, tensioni relazionali, divisioni familiari, invidie, muri più o meno simbolici, ripicche e così via. L’escalation di questi fenomeni su scala sociale porta inevitabilmente a crisi sociali ed economiche ed è fertile humus per conflitti su scala militare e contrasti tra popoli e nazioni.

A ben vedere, la nostra società si è molto strutturata intorno a questa evidenza. Esistono molti professionisti che lavorano proprio grazie al conflitto. Psicologi, psicoterapeuti, educatori, mediatori, esperti legali: vivono quotidianamente le dimensioni sottili legate a relazioni conflittuali dei loro assistiti. Lo stesso, per certi versi, accade a tutti gli operatori dell’area medica, che in qualche modo “combattono” insieme al paziente “contro” la malattia. Agli operatori nel settore socio-assistenziale, per contrastare l’emarginazione e favorire l’integrazione…Si potrebbe continuare l’elenco e scoprire come in ultima analisi ogni attività che si prefigga di aumentare ordine laddove regni il disordine, si nutra e si fondi su un conflitto.

Non occorre dunque essere produttori di armi o mercenari per arricchirsi grazie al conflitto…

Al di là della provocazione, la domanda con cui si apre questa riflessione, rimane. Che strumenti abbiamo per uscire più ricchi da una situazione conflittuale, evidentemente in termini non monetari?

Abbiamo avuto il piacere di partecipare all’annuale Riviera Seminar, guidato da Patrick Cassidy e Miles Kessler a Vevey, in Svizzera. Una delle sessioni è stata dedicata esattamente al tema della conflittualità.

Una constatazione primaria -che appare banale solo quando ci si pensa su- è che il conflitto è, in definitiva, l’intenzione di due o più energie di occupare il medesimo spazio nel medesimo tempo. Da qui consegue che lo sforzo primario per una gestione proficua del conflitto deve essere quello di evidenziare le polarità che emergono.

Fuor di metafora, la pratica delle arti marziali offre la possibilità di questa esperienza in un ambiente tutto sommato protetto, dove la semplificazione offerta da una rappresentazione simbolica di un conflitto, consente di scomporlo nelle sue caratteristiche fondamentali e quindi di comprenderlo.

Questo è valido per tutte le arti marziali e non solo per l’Aikido. Un’eventuale quanto improbabile aggressione fisica fuori dal dojo non avrà mai le stesse forme, tempi e modalità esecutive cui ci alleniamo.

La chiarezza dell’attacco (si parla, a ragione di mantenere la promessa dell’attacco) nella ripetitività dell’esercizio fa emerge una polarità che purifica la relazione, perché, lentamente e costantemente aiuta chi esegue la tecnica ad essere recettivo, sensibile, chiaro e determinato, includendo l’attaccante che a sua volta dovrà seguire coerentemente il fluire degli eventi.

La pratica marziale dimostra tangibilmente che molte volte chi attacca non ha le idee così chiare. E chi riceve l’attacco spesso ci aggiunge del proprio. Il che, in termini di forza e di esecuzione, trasforma il conflitto in uno scontro che è il terreno fertile per l’escalation.

La prima considerazione quindi è: per arricchirsi di fronte al conflitto, bisogna prima di tutto avere il coraggio di chiamare le cose e le situazioni col loro nome. Un percorso di oggettivazione indispensabile: se non c’è attacco, non c’è connessione. Se non c’è connessione, non c’è relazione. Se non c’è relazione, non c’è Aikido (o quello che praticate).

In altre parole, se non c’è quella lista di ingredienti, delle due l’una: o non c’è davvero un conflitto o la sorgente del malessere è da ricercarsi altrove. Spesso dentro di sé.

La pratica dell’Aikido offre la possibilità di sperimentare l’intero spettro delle modalità di esperienza rispetto ad un attacco: contrazione, reazione, accettazione, inclusione, azione, determinazione del movimento. In una prospettiva piuttosto comune e ben sintetizzata da Philippe Gouttard: chi attacca lo fa perché ha esaurito ogni altro modo di esprimersi e chi riceve ha la possibilità di accettare l’attacco facendo muovere il partner così tanto da non abbandonarlo alla solitudine del conflitto.

Affrontare e accettare l’ignoto. E’ una frase molto suggestiva. Scriverla,o dirla, fa fine e non impegna. Viverla, è un po’ più complesso. Affrontare e accettare una separazione. Un’amicizia persa. Un tradimento. Una diagnosi infausta. Una perdita di lavoro. Un dissenso. Un’aspettativa delusa…

Eppure è quello che gli esercizi che sono proposti nella nostra pratica mirano a far sviluppare in ciascuno di noi. E qui compare la seconda considerazione.

Per arricchirsi grazie al conflitto, occorre accettare che esista e stare con esso fino a quel punto o quel momento in cui evolverà. In una forma che probabilmente (sicuramente) non conosciamo ma che, essendo diversa dal “prima” non avrà più le caratteristiche del conflitto.

E’ singolare che esercitarsi ad essere fedeli e chiari nell’attacco determini, nei fatti, la caduta dell’attaccante senza alcuno sforzo da parte del proprio compagno di pratica. La caduta è (non rappresenta soltanto) il salto evolutivo del conflitto, reso possibile dalla presenza viva dei due protagonisti.

Forzare l’evoluzione è impossibile. Se, durante un attacco, volessimo concludere l’azione in modo non naturale, aggiungendo forza, finiremmo per tradire la polarità, invertendola. Diventando noi attaccanti. Perdendo la ricchezza del momento.

E’ qualcosa che accade e, in qualche modo, è “lecito”. L’importante è essere consapevoli, come sempre, della differenza tra “jutsu”, esecuzione di un’arte attraverso la tecnica per la risoluzione fisica e rapida di un attacco, e “budo”, che, con lo stesso linguaggio punta a conoscenze che vanno oltre il gettare a terra una persona (cosa che comunque accade, con uguale efficacia e minore sforzo).

L’ultima considerazione quindi è: se è così facile cambiare polarità sotto attacco, allora la vera ricchezza che deriva dal conflitto è riconoscere una progressiva “non dualità”.
Qualche tempo fa uno psicoterapeuta raccontava di una sua paziente che continuava a ripetergli “Perché capita poprio a me?”, riferendogli il suo vissuto.

“Perché non dovrebbe capitare? Sei diversa dagli altri? Hai le antenne e sei un alieno?”

Questa risposta, tagliente e repentina, ha prodotto uno shock benefico, davvero terapeutico.

Allo stesso modo, riconoscendo che siamo connessi tutti alla stessa sorgente, possiamo ammettere che più o meno funzioniamo tutti allo stesso modo.

Che non siamo abituati alla chiarezza. Che preferiamo vedere quello che vogliamo vedere. Che offriamo di noi quello che gli altri vorrebbero vedere e non quello che siamo. Che abbiamo talenti inespressi. Che siamo portatori di una bellezza e di una verità più grandi dei nostri errori. Che siamo ricchi di una ricchezza infinita.

Come far emergere tutto ciò? Umili esercizi di connessione e di generazione di movimento. Praticare. Ascoltare.

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