A che punto siamo?
È una domanda spontanea e legittima, all’interno di qualsiasi percorso.
Nella pratica dell’Aikido -ma in realtà di qualsiasi disciplina- è importante dotarsi di uno strumento per saperci collocare in una traiettoria di sviluppo.
Nella maggior parte dei casi, nei Dojo l’unico strumento usato per misurare oggettivamente a che punto siamo nel nostro percorso coincide col programma tecnico. E quindi con la progressione, resa misurabile anche attraverso gli esami.
Per quanto fondamentale, l’aspetto tecnico non rappresenta che una parte di quello che chiamiamo Aikido. Più o meno come la grammatica e la sintassi non sono che una componente -certo strutturale- della lingua e della letteratura.
Quando il programma tecnico rimane l’unica metrica della progressione individuale, si fa esperienza di quel tifone che ciclicamente investe le coste di ogni tatami: l’abbuffata isterica dei ripassi pre-esame.
Costruire uno strumento condiviso che dia al praticante punti di riferimento capaci di valutare il proprio cammino, sia da solo, sia con il feedback del proprio insegnante, diventa quindi necessario.
Praticare una disciplina è e rimane un’attività psicodinamica. L’attività fisica, condotta in un contesto di relazioni, restituisce mediamente l’attivazione di processi personali in cui le differenti dimensioni individuali vengono attraversate. Solitamente la pratica costante restituisce un corpo più tonico, un carattere più capace di risolvere conflitti, una maggiore rilassatezza,…
Ognuno ha il suo percorso e i suoi tempi. Supportare contemporaneamente il praticante e il gruppo, senza perdere di vista il proprio percorso è il compito del tecnico.
È qui che l’esperienza insegna che tanto l’allievo quanto l’insegnante rischiano di scivolare.
L’allievo, non importa quanti anni abbia, raramente tende ad avere di sé una valutazione corrispondente con quella che ha di lui o di lei l’insegnante. Questo è ancora più vero se manca una traiettoria definita e degli indicatori condivisi.
L’insegnante, per contro, oltre al programma tecnico, rischia talvolta di fidarsi troppo della potenza implicita del processo di cui è facilitatore. Lui (o lei) ci è già passato e pensa che sia ovvio e naturale ciò che magari ovvio e naturale non è affatto per un allievo che non riesce a orientarsi. Quando l’insegnante è convinto che i continui micro feedback forniti durante l’allenamento siano sufficienti, si sbaglia e di grosso.
Per entrambi, inoltre, è facile passare dal piano di un confronto su “a che punto siamo” a una relazione che non è di accompagnamento ma di subordinazione. Un docente ha una funzione diversa dallo studente e questa asimmetria è sana fintantoché nutre il percorso di crescita di tutti, insegnante compreso.
Scivola lentamente nel disfunzionale quando l’allievo mette sul piedistallo il maestro. O quando il maestro si atteggia a santone. O quando si genera un sistema duale in cui l’accompagnamento cede lo spazio alla reciproca manipolazione.
Ci siamo resi conto quindi che c’era un vuoto da colmare nell’impostazione didattica dei nostri gruppi.
Così abbiamo creato una mappa, un piccolo documento che riassume in termini molto diretti quello che condividiamo sul tatami:
Questo foglio dichiara in modo semplice che cosa è l’Aikido e la prospettiva propria della nostra didattica, che lo usa come elemento di comprensione, trasformazione e miglioramento per chiunque vi si avvicini, bambino o senior che sia.
Si fa un breve rimando al programma tecnico -e al fatto che dal VI kyu al V dan siano previsti esami.
Infine abbiamo definito quattro ambiti, ciascuno caratterizzato da sei qualità. In questo modo è possibile tracciare l’evoluzione delle competenze motorie e quelle interpersonali, così come lo sviluppo e la modulazione delle attitudini “attive” e “ricettive”.
Non si tratta di ridurre la pratica all’ennesima situazione in cui essere stressati da un giudizio o da una valutazione. Si tratta invece di dare un valore all’esperienza, gustandola nel suo essere dinamica.
Giorno dopo giorno, keiko dopo keiko, cintura dopo cintura, un’esperienza che diventa profonda anche perché accompagnata da feedback oggettivi, dona obiettivi sempre nuovi e significati inediti all’intenzione, al miglioramento, al rispetto, alla cura, alla capacità di esprimere il proprio mondo interiore attraverso il linguaggio tecnico.
Potevamo definire molti più indicatori ma la geometria ci ricorda che per definire un punto nello spazio servono tre riferimenti e serve conoscere l’origine, il punto di partenza, per capire una traiettoria. Ed è per questo che, per quello che ci riguarda, l’origine è la persona e i riferimenti sono la sua capacità di comprendere, trasformare e migliorare ciò che vive.
E tu, a che punto sei della tua traiettoria?
Diclaimer: Foto di RDNE Stock project da Pexels
